Unione, è sempre tutti contro tutti

Il rinvio delle elezioni è solo un fragile collante per gli alleati del centrosinistra che su scopi e struttura del futuro governo hanno cento progetti diversi. E a questo punto il compito di Marini appare un’impresa impossibile

da Roma

Allargamento sulla destra? Perché no, lasciano capire Verdi e Pd. «Non se ne parla nemmeno» ribatte Diliberto. «Riforme in tre mesi e poi al voto» blandisce Veltroni. «Macché. Serve un governo di legislatura per le riforme economiche e le liberalizzazioni» gli si contrappone la Bonino, in linea con un Epifani per il quale Marini o chi per lui deve anzitutto formare un esecutivo «che affronti i gravi problemi della condizione dei redditi di lavoratori e pensionati».
Quarant’anni fa, nel ’68, erano in tanti a sostenere la grandezza di Mao-Tse-Tung (oggi rivisitato in Mao-Ze-Dong) e quella del suo libretto rosso, tra le cui massime, spiccava il detto: «Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente». Forse alla sinistra nostrana quel motto è entrato nel Dna perché non c’è passaggio cruciale che affronti senza spaccarsi in mille fiori (per restare al maoismo), in cento rivoli diversi, in decine di posizioni antagoniste l’una all’altra. Se Franco Marini sperava ieri di avere una indicazione compatta per indirizzare la marcia e precostituirsi un piccolo alibi per proseguire nell’esplorazione, ha dovuto rendersi conto fin dal mattino - all’aprirsi delle sue consultazioni - che chi vuole assolutissimamente evitare le elezioni, non ha però il benché minimo comun denominatore sul come procedere. Proprio mentre avviava i suoi giri di valzer con Pecoraro Scanio e i Verdi che lo esortavano a «ripartire dalla maggioranza di Prodi» e a individuare possibili intese con spezzoni ammutinati del centrodestra, il presidente del Senato veniva fulminato dal suo collega della Camera, Fausto Bertinotti che confidava a Panorama: «La vedo davvero difficile», per poi far sapere che a suo modo di vedere non solo la sinistra radicale dovrebbe correre unita alle ormai imminenti elezioni, ma anche «da sola» e cioè senza intesa col Pd veltroniano.
Una prospettiva questa che faceva infuriare Fabio Mussi (Sinistra democratica) che non solo teneva a precisare che non c’era proprio nulla di deciso quanto all’unità della Cosa rossa, ma che se davvero il Pd avesse scelto di correr da solo o, peggio, con un falso partitino di sinistra al suo fianco per racimolar voti, si sarebbe trattato «di un trucchetto» volto solo «a imbrogliare gli elettori». Il tutto mentre Pietro Folena, ex-sodale di Mussi approdato a Rifondazione, si piccava nel far sapere che il simbolo arcobaleno dei quattro partiti della sinistra radicale «era già stato deciso da tempo» e che sarebbe «singolare che vi fossero ripensamenti».
Uniti nel no al voto, divisi su tutto il resto. Che non è poco. Le orecchie di Marini devono aver fischiato a lungo, ieri, mentre Soro, capogruppo del Pd alla Camera, andava tuonando sulla necessità di grandi intese: «Senza l’appoggio della Cdl - andava dicendo - non ci potranno essere altre subordinate. Al voto e basta!». Proprio l’esatto contrario di quanto, nel salone degli specchi del Senato, si sentiva dire da Verdi, radicali, socialisti, comunisti italiani. Perfino Pallaro si rifaceva vivo dall’Argentina e dettava le sue condizioni: «Disposto ad aderire maggioranza-stop, ma a due condizioni-stop. In primo luogo modifica legge elettorale con l’accordo tra maggioranza e opposizione-stop. In secondo che non si tocchi minimamente la legge per il voto degli italiani all’estero». Tre invece le condizioni sbattute sul tavolo del presidente del Senato da Di Pietro: la prima, quella di avere un governo «non fatto da transfughi, ma di condivisione delle responsabilità», vale a dire una Grosse Koalition. La seconda, mettere per iscritto e in chiaro quale legge elettorale si andava a mettere in cantiere. La terza è che non si pensasse di utilizzare l’esecutivo per andare avanti dopo il tentativo di riforma del voto, che riesca o no: nero su bianco l’ex capomanipolo di Mani pulite pretende di avere una data di fine della corsa. Ma una legge elettorale che coinvolga la sinistra intera continua a latitare. C’è chi preferirebbe andare al referendum senza colpo ferire (e il governo serve a quello), chi preferisce andare avanti nella messa a punto della bozza Bianco, chi all’idea di procedere su quest’ultima - vedi Diliberto e Boselli - tira fuori attrezzi da esorcista e freme tra brividi di rabbia.
Divisi su tutto. Sulla Cosa rossa occorre discutere, intigna Mussi che annuncia che il suo partito valuterà a giorni se farla o meno. «Io lavoro per l’alleanza col Pd» ribatte Diliberto che coi rifondaroli pare aver poca voglia di stringere legami, da fuoriuscito che è da quel partito. «Andiamo da soli» giura Veltroni, ma in tanti non gli credono. «Andiamo col nostro simbolo» avverte Di Pietro, anche se i dubbi restano pure per lui e i suoi. Nel bailamme Marini dice di aver intravisto spiragli. Ma si sa, lui è un cattolico convinto. E come tale, evidentemente, crede ai miracoli.