Unipol, quando D’Alema chiese aiuto a Consorte

Nel 2005 il leader Ds telefonò al manager per invitarlo a comprare la quota Bnl dell’imprenditore-deputato Bonsignore. La registrazione, insieme con quelle di altri politici, è al vaglio del
Parlamento. L’11 giugno il tribunale di Milano deciderà se i nastri
sono di rilevanza processuale

Nella lotta per il controllo di Bnl, Massimo D’Alema chiese a Giovanni Consorte di aiutare Vito Bonsignore, imprenditore, parlamentare europeo dell’Udc e soprattutto, all’epoca, membro del contropatto nella banca con gli immobiliaristi capitanati da Gaetano Caltagirone. È questo uno degli argomenti affrontati nelle conversazioni telefoniche tra D’Alema e l’allora numero uno di Unipol, intercettate nell’estate del 2005 dalla procura di Milano che indagava sulla scalata ad Antonveneta della Popolare di Lodi e su quella a Bnl di Unipol. Le conversazioni sono ritenute rilevanti ai fini processuali e sarà ora il Parlamento a decidere se dare l’okay affinché finiscano negli atti per il processo.
La notizia dell’interessamento di D’Alema è stata data ieri pomeriggio dall’agenzia IlVelino che ha ricostruito il contenuto della conversazione. Da quanto ha verificato Il Giornale la segnalazione di D’Alema si era determinata dopo una serie di incontri, riunioni e soprattutto dopo che i contropattisti avevano chiuso la difficile trattativa con la cordata avversaria ovvero quella partecipata, tra gli altri, dalle coop, da Credit Suisse e dai giapponesi di Nomura bank. Ebbene Bonsignore avendo acquistato le azioni di Bnl solo pochi mesi prima, nel febbraio del 2005, sarebbe stato penalizzato nel pagamento di tasse superiori come prevede la normativa sul capital gain. A questo punto Bonsignore avrebbe sottoposto il problema a Gaetano Caltagirone che ne avrebbe parlato proprio con Consorte sottoponendogli il caso. L’ingegnere di Chieti avrebbe però risposto in modo evasivo. A questo punto Bonsignore deve aver avvicinato D’Alema sottoponendogli la questione. Da qui la telefonata tra l’attuale ministro degli Esteri e Consorte. «Se puoi andare incontro - deve aver detto D’Alema al numero uno di Unipol - a questa esigenza, dagli una mano». Un invito quindi che va collocato in quel particolare periodo.
Passa qualche settimana e Deutsche Bank London si fa avanti. Diventando l’interlocutore privilegiato di Bonsignore tanto che l’istituto tedesco si dice pronto a rilevare la quota nel febbraio del 2006. Come invece è andata poi a finire è ormai noto. L’idea di Unipol saltò. Con l’inchiesta giudiziaria e i paletti e i rallentamenti degli organi di vigilanza il progetto del polo assicurativo-bancario di Consorte è definitivamente sfumato. Di certo questa telefonata come le altre al vaglio del Parlamento, in tutto quasi ottanta, riaccendono i fari sulla vicenda Bnl e Antonveneta. Perché oltre ai colloqui con D’Alema, il segretario dei Ds Piero Fassino e Nicola Latorre, al vaglio dei deputati finiranno anche le conversazioni intercettate dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga e quelle di diversi esponenti della CdL. Da Romano Comincioli ad Aldo Brancher, dal senatore spezzino di Forza Italia Luigi Grillo al leghista Roberto Calderoli sino a Ivo Tarolli, altro esponente dell’Udc.
I tempi quindi si accorciano. Ad oggi quei nastri sono ancora nei registratori della società Carro di Milano, incaricata dal gip Clementina Forleo della sbobinatura. Poi l’11 giugno o nei giorni seguenti sempre la Forleo deciderà quali colloqui sono processualmente rilevanti. Per trasmetterli a Roma che dovrà dare il nulla osta all’utilizzo come prevede la nuova normativa a tutela delle prerogative dei parlamentari. Un itinerario tortuoso pieno di sorprese. La Forleo, infatti, potrebbe anche decidere che nessuna telefonata offra un contributo rilevante nella prospettazione processuale. In altre parole potrebbe ritenere di non doverne mandare nemmeno una. Di sicuro quelle pubblicate dal Giornale nel gennaio del 2006 con Fassino che chiedeva a Consorte se «siamo padroni di una banca?», ebbero un forte impatto politico tanto che si aprì una fortissima polemica sul ruolo dei Ds nelle scalate estive. Da parte sua la procura di Milano, da una parte sottolineò l’assenza di rilevanza penale dei colloqui pubblicati dal Giornale dall’altra il Pm Stefano Civardi, aprì un procedimento per violazione del segreto istruttorio che dopo alcune proroghe risulta ancora pendente.
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