Unipol, sequestrati 55 milioni. Indagato un "socio" di Consorte

Al centro dell’inchiesta l’acquisto di 133 immobili comprati e rivenduti realizzando enormi plusvalenze

Milano - La galassia di interessi che ruota attorno a Unipol vive l’ennesimo strascico giudiziario. Ieri, il Nucleo valutario della Guardia di finanza ha sequestrato 55 milioni di euro in titoli, quote societarie e partecipazioni immobiliari a Vittorio Casale, ultima tappa dell’inchiesta che nel gennaio scorso portò al sequestro di una plusvalenza di 9,5 milioni di euro riconducibili all’ex numero uno di via Stalingrado, Giovanni Consorte, e al suo vice Ivano Sacchetti, frutto di una sospetta operazione di compravendita immobiliare. I tre sono indagati per appropriazione indebita e false attestazioni sociali.
Al centro dell’indagine della Procura di Roma, dunque, torna la dismissione di 133 immobili di proprietà di Unipol che - tra il 2004 e il 2005 - passarono alla «Glenbrooker Operae» di Casale - storicamente legato a Consorte - per circa 250 milioni di euro. Quegli stessi immobili, in un secondo momento, vennero venduti da «Glenbrooker» a «Pirelli real estate» (società estranea alla vicenda giudiziaria), fruttando la plusvalenza di 55 milioni, oggetto dell’operazione portata a termine ieri dalle Fiamme gialle. Nello specifico, i finanzieri hanno sequestrato 15 milioni in contanti e 40 in immobili, azioni e titoli.
Secondo gli inquirenti, dei 133 immobili che facevano originariamente parte del piano di dismissione, ne vennero ceduti soltanto 130. I tre immobili restanti, il cui valore era fissato intorno ai 55,5 milioni, restarono fuori dall’operazione, consentendo in un secondo momento la realizzazione della plusvalenza di 9,5 milioni sequestrata in gennaio (sequestro confermato il 19 aprile scorso dal Tribunale del riesame di Roma). Denaro che, per i pubblici ministeri Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli, il duo Consorte-Sacchetti avrebbe ricevuto da Casale quale corrispettivo della cessione a prezzo di favore del patrimonio immobiliare di Unipol, mentre la plusvalenza che via Stalingrado avrebbe potuto realizzare da quella stessa cessione sarebbe stata di gran lungo superiore alla somma ottenuta.
In particolare, un immobile sarebbe stato acquistato per 16 milioni di euro, per essere poi venduto per circa 26 milioni, attraverso una complessa - quanto inspiegabile - procedura, in grado di produrre la plusvalenza di 9,5 milioni. Casale, infatti, ne aveva trattato l’acquisto dal Banco di Sicilia. Prima di versare questa cifra, lo aveva girato a una società - la «Immobilstar» - creata ad hoc e ricondubile proprio a Consorte e Sacchetti, dai quali in un secondo momento Casale aveva comprato la stessa «Immobilstar» - immobile incluso -, proprio per 9,5 milioni di euro.
E, secondo la Procura di Roma, l’interessamento diretto di Casale sarebbe una forma di «ringraziamento» per i due manager di Unipol, responsabili della vendita dei 133 immobili a prezzi inferiori a quelli di mercato. Il frutto di tanta «gratitudine», Consorte e Sacchetti se lo sarebbero spartiti a metà: i 4,7 milioni di Sacchetti sono rimasti sui suoi conti, dove poi sono stati ritrovati dagli inquirenti. Consorte, invece, avrebbe diviso l’importo in tre parti: 1,2 milioni destinati all’acquisto del 25 per cento di «Intermedia», banca d’affari con sedi a Bologna, Roma e Milano; 1,3 milioni ancora depositati in banca, il resto destinato ad arricchire il portafoglio privato dell’ex numero uno di Unipol.
Non solo. Nel decreto di sequestro, infatti, il gip Guicla Mulliri mette in dubbio la versione fornita da Consorte a proposito dell’operazione immobiliare al centro dell’inchiesta. Per il giudice, infatti, non ci sarebbe alcuna rispondenza tra le dichiarazioni rese dall’ex amministratore delegato e presidente di Unipol, e il quadro indiziario emerso a suo carico nel corso delle indagini.
Perché - sostiene il gip - le spiegazioni fornite da Consorte e dal suo vice Sacchetti vengono smentite dalle dichiarazioni rese ai pm Cascini e Sabelli dagli attuali vertici di Unipol (alla cui querela è legato il sequestro di ieri). L’amministratore delegato Luigi Stefanini, e il suo vice Vanes Galanti, infatti, hanno contraddetto la ricostruzione della dismissione immobiliare fatta nei mesi scorsi dagli indagati. Davanti ai pm, infatti, Consorte aveva dicharato di aver ricevuto il «nulla osta» all’operazione proprio da Stefanini e Galanti, all’epoca a capo di «Holmo», la cassaforte del gruppo Unipol.