Uniti dall’orgoglio blucerchiato

Caro Lussana, se è vero che questa stagione sfortunata ed infame per la Sampdoria è giunta ormai al capolinea, è altrettanto vero che l’attaccamento ai colori blucerchiati dimostrato dai tifosi sampdoriani anche in questo ultimo scorcio di campionato è stato semplicemente straordinario.
Quattro punti in dodici partite. Eppure «l’orgoglio blucerchiato» – come ho avuto modo di sottolineare sulla bella rivista Sampdoria Club - è sempre stato il collante di questa tifoseria straordinaria, matura ed intelligente, nelle gare casalinghe come in quelle in trasferta.
«C'è un tempo per ridere, c'è un tempo per piangere, ora è il tempo per tifare, ora è il tempo per urlare il nostro amore», aveva scritto in una bella lettera pubblicata proprio su Il Giornale lo scorso 31 marzo il lettore Claudio De Maria. E tutto è andato proprio come previsto e come auspicato da De Maria.
Pensi alla gara col Cagliari: uno stadio fasciato di blucerchiato, uno striscione che cingeva la nostra gradinata (Gradinata Sud fino alla vittoria), un altrettanto immenso striscione blubiancorossonero accanto alle storiche biglietterie di via del Piano (… Cantiamo perché siam Doriani…).
Un clima di festa e di entusiasmo, proseguito durante tutta la partita, con i nostri magnifici bandieroni degli Ultras Tito, dei Fedelissimi, degli Hell’s Angels, della Riviera Blucerchiata a sventolare ininterrottamente nella Sud, nella gradinata di fronte (e qui è necessario rivolgere un plauso alle ragazze ed ai ragazzi degli Hawks e di Borgo Incrociati per le coreografie che pongono in essere ogni domenica sampdoriana) ma anche, certo un po’ più piccola nelle dimensioni ma non per questo meno significativa, nei Distinti e in Tribuna.
Un atto di fede e di amore dei tifosi sampdoriani verso i propri giocatori, il mister, la Società. Un atto di fede e di amore di chi si stringe all’Amata in uno dei momenti più difficili di questo Campionato.
Ricorda? Avevo già avuto modo di evidenziarlo in un altro contributo pubblicato da Il Giornale. Si diventa sampdoriani perché si sceglie ad occhi aperti, cuore e cervello, e l’amore sboccia piano piano, come un fatto naturale. La Sampdoria è una bella donna, con qualche difetto forse, ma sulla quale si può sempre contare, che fa bella figura in società: è un amore tenace perché non è passione irrazionale, cupa, sanguigna, accecante. Tifosi realisti, che non hanno avuto remore a esternare all’Olimpico la loro rabbia e delusione ai giocatori per l’opaca e insoddisfacente prestazione con la Lazio. Che sono saliti al Mugnaini di Bogliasco per un chiarimento franco e diretto con la squadra.
Ma che non fanno e non hanno mai fatto mancare il loro appoggio e sostegno alla Sampdoria, a Genova e in trasferta, ed hanno anzi dimostrato proprio col Cagliari, col Parma, con la Roma e ancora ieri a Livorno quanto è profonda la loro (la nostra) fede per l’Amata.
Già: è questo è il Sampdoriano. Con buona pace di chi non perde occasione (viste le tante disgrazie in casa propria…) di cercare la pagliuzza nell’occhio altrui piuttosto che vedere la trave conficcata nel proprio.
Chi non ricorda di aver urlato infame ad un allenatore e aver fatto - metaforicamente - a gara per ricordarne la figura da defunto. O non ricorda di aver esposto uno striscione (era il 26 aprile del 1992) con un’allusione meschina ad un dramma personale di un altro allenatore bicolore, che ha fatto il maggior bene alla seconda squadra di Genova. Il passato deve servire d’insegnamento. La consapevolezza di essere veri tifosi altrettanto. Non è il tempo delle recriminazioni, dei processi, delle accuse. Ci aspetta ancora la gara di domenica con il Lecce.
È ancora il momento di stringersi ancora più forte e compatti al nostro amato blubiancorossonero. Perché è proprio quando non va tutto bene che bisogna dimostrare di amare veramente.
Proprio com’è successo nelle gara interne col Cagliari, col Parma, a Roma e a Livorno.
Avanti, Sampdoria!