Università e lavoro, così l'Italia ha voltato pagina

La riforma Gelmini e l'accordo Fiat-Mirafiori hanno messo in soffitta due tradizionali capisaldi del sistema operativo: il baronato dei docenti negli atenei e il dominio Cgil in fabbrica. Ma la sinistra sconfitta ha reagito con ostilità e violenza. <strong><a href="/interni/basta_veti_minoranze_fabbriche/27-12-2010/articolo-id=496023-page=0-comments=1">Ichino: &quot;Basta coi veti delle minoranze nelle fabbriche&quot;</a></strong>

Il governo Berlusconi consegna all’anno nuovo due riforme fondamentali per la società libera e per la crescita economica e sociale, che comportano lo smantella­mento del sistema corporativo: la rifor­ma universitaria, effettuata mediante la legge Gelmini, che pone termine al mo­dello che si è stratificato dal 1968 in poi, e l’accordo aziendale di Torino-Mirafiori, con ruolo determinante del governo, che segna per Fiat la fine della concertazione sotto il dominio della Cgil, inaugurata con l’accordo del 23 luglio 1993, fra sinda­cati unitari e Confindustria.

Le due riforme, non a caso, hanno avuto un’ostilità accanita, anche con episodi di violenza, da parte della sinistra ex post co­munista, in quanto fanno cadere due ba­stioni della sua egemonia: quello cultura­l­e nelle università e quello dell’unità sin­dacale a guida Cgil nelle fabbriche. Nel 1906 a Torino s i concluse, presso la neonata Lega in­dustriale torinese, il pri­mo Contratto collettivo d i lavoro tra l a fabbrica d i auto Itala e l a Fiom, i l sin­dacato nazionale metal­lurgico.

Il modello storico a cui Sergio Marchionne s’ispi­r a non è quello di Detroit, ma quello del sindacato riformista di allora, che Luigi Einaudi elogiava. Con l’accordo attuale di Mirafiori, Fiat Auto è fuo­ri dalla Confindustria, perché esso è incompati­bile con il protocollo del 1993, i n tre aspetti. I l pri­mo è che secondo tale protocollo i contatti aziendali sono possibili solo nella misura in cui questi li prevedono, sic­ché tutte le deroghe non previste sono vietate. Il contratto di Mirafiori at­tua una rivoluzione co­pernicana, perché esso prevale sugli accordi na­zionali confederali, co­m e il protocollo del 1993. Il secondo punto riguar­d a l a deroga specifica del contratto di Mirafiori al protocollo del 1993 che d à più fastidio alla Cgil. Secondo tale protocollo, le organizzazioni sinda­cali che non firmano il contratto aziendale pos­sono fare parte della rap­presentanza aziendale sindacale, competente per l’applicazione d i det­to contratto, purché rac­colgano almeno il 5% di firme fra i lavoratori del­l’azienda. Invece, secondo l’accor­d o d i Mirafiori, i l sindaca­to che non firma il con­tratto aziendale non può fare parte della rappre­sentanza che vigila, con i l datore di lavoro, sulla sua corretta applicazione. Può rappresentare i lavo­ratori solo per i loro dirit­ti, stabiliti dallo statuto dei lavoratori, ma non per il contratto, cui non ha aderito. La Cgil, che non ha firmato l’accordo d i Mirafiori, non avrà tito­l o a discuterne l’applica­zione.

Nel mondo dei liberi con­tratti, chi l i firma, li discu­te anche in seguito. Chi sta fuori alla firma, è fuori anche dopo. I l terzo prin­cipio è che i l contratto Mi­rafiori pone al primo po­sto la produttività nel­l’azienda.

La politica dei redditi, adesso, è u n fatto che ri­guarda chi lavora nel­l’azienda e chi la dirige e ci investe, non l e burocra­zie nazionali del sindaca­t o degli industriali. Il go­verno interviene solo «la­sciando fare» e premian­d o questo lasciar fare con la riduzione fiscale per il «salario d i produttività». Anche nell’università c’è una rivoluzione coperni­cana, riassumibile in tre punti. I rettori saranno eleggibili solo per una vol­ta. Cade così l’enorme po­tere corporativo della conferenza nazionale dei rettori (in gran parte di matrice rossa) che, eletti più volte, erano sino a ora un blocco omogeneo, con u n potere superiore a quello del governo e dei singoli dipartimenti uni­versitari.

Inoltre, l’articolazione d i base delle università non è più costituita dalle facol­t à e dai singoli istituti con­trollati d a u n professore­padreterno, m a dai dipar­timenti, omogenei per materia e con u n minimo d i 7 5 e u n massimo d i 125 membri(le due cifre sono indicative), cosicché l e fa­coltà d i medicina non sa­ranno dotate di potere so­vrano nella elezione dei rettori, i n quanto non sa­ranno un blocco unico, m a s i articoleranno i n tan­ti dipartimenti, ciascuno eguale a ciascun altro. Secondo punto. Per fare u n corso d i laurea, una fa­coltà universitaria, una sede distaccata, ci vorrà un numero adeguato di studenti, sicchénonci sa­ranno più corsi e sedi fan­tasma, con spreco di d o­centi e aule. Terzo, i ricer­catori sono anche docen­ti e non solo ricercatori e docenti: dovranno fare un numero annuo ade­guato di lezioni e saranno selezionati e promossi per merito.

Questo terzo punto non è di facile attuazione, co­m e non sarà facile, dopo l’accordo di Mirafiori, renderlo realmente effet­tivo, perché l’opposizio­n e c i sarà ancora. I l corpo­rativismo è una Idra a cen­t o teste. M a i l 2010 h a po­sto sul viale del tramonto duesuoi capisaldi di inef­ficienza.