Università e musei Istruzioni per trovare soldi

C ultura e fondi: un binomio che, in Italia, siamo abituati a vivere come conflittuale, tanto frequenti sono gli allarmi sulla scarsità delle risorse per la ricerca, sulle casse degli atenei sempre vuote, sui musei alla deriva, sul patrimonio artistico in condizioni critiche. Il problema va affrontato con urgenza, e il modo migliore per farlo è guardarsi intorno per cercare di capire come fanno gli altri in Europa. Su questo tema oggi la Fondazione Cariplo ospita, presso il suo Centro Congressi di via Romagnosi 8, in collaborazione con l'EFC (European Foundation Centre di Bruxelles, che riunisce i più importanti organismi filantropici europei e mondiali), il workshop «Ricerca, Università e raccolta fondi: come trovare le risorse. Esperienze e scenari futuri», evento satellite della Conferenza degli Stakeholder del «Forum Europeo sulla Filantropia e il Finanziamento alla Ricerca», previsto per domani. L'idea è quella di individuare le best practices di fundraising (ricerca di fondi) a livello europeo e farsi raccontare le esperienze di successo già in atto per poterne trarre indicazioni utili: già a gennaio la Commissione Europea ha pubblicato una relazione sul «Fundraising delle Università da fonti filantropiche», mettendo in evidenza, con tanto di istruzioni concrete, quanto sia importante oggi saper fare fundraising. In Italia, Fondazione Cariplo fa scuola in questo campo, sostenendo ogni anno gli atenei lombardi con contributi alle attività istituzionali e con il finanziamento a progetti (nell'ultimo anno ha destinato 48 milioni alla ricerca, di cui 22 a università). A rappresentarla sarà il suo presidente Giuseppe Guzzetti, mentre al dibattito interverranno Paola Barbarino, Responsabile Sviluppo Cass Business School di Londra, Marcel Crochet, Rettore Onorario dell'Università Cattolica di Lovanio, Enrico Decleva, presidente CRUI (Conferenza dei Rettori), Simon Sommer della Jacobs Foundation di Zurigo, Andreas Ernst, vice Direttore dei Servizi Filantropici UBS, Karim Chatti, Vice Presidente di International Private banking, HSH Nordbank di Amburgo. L'italiana Paola Barbarino opera da tempo nel Regno Unito nel campo della ricerca fondi: «A volte si incontrano ostacoli nel reperimento di fondi, ma vi sono alcuni casi di successo, come il nostro», spiega. Ma qual è la ricetta? «Innanzitutto chiedere fondi ai soggetti giusti, cercando interessi comuni. A volte è difficile farsi ascoltare perché si bussa alle porte sbagliate. Se la mia università desidera finanziare una borsa di studio in mergers and acquisitions, dovrò rivolgermi a banche che abbiano dipartimenti che si occupano di fusioni e acquisizioni aziendali, e non a soggetti privi di interessi in questo campo. Ciò presuppone una fase di ricerca e studio dei partner più adeguati. Una volta individuati i soggetti, è importante avere le idee chiare, definire obiettivi precisi. Poi avere dei buoni fundraiser, ovvero "cercatori di fondi". L'identikit ideale? "Non esiste un modello infallibile, ma è importante che il fundraiser si cali nella cultura del territorio in cui opera. Vi sono Paesi in cui dare soldi alla società è vissuto come un dovere, altri in cui non è ancora così». L'Italia, è chiaro, rientra tra questi ultimi... «In Italia il fundraising è appena nato, mentre in Inghilterra esiste da almeno 15 anni e negli USA da molto di più. Credo che in Italia debba ancora strutturarsi un'industria del fundraising attiva non solo in occasione di tragedie, campagne umanitarie o calamità naturali. Anche la relazione della Commissione Europea insiste su questi aspetti: organizzazione, strutture, benefici fiscali». Proprio ciò che mette in difficoltà le università, ma soprattutto i musei di casa nostra: «Lavoro da tempo a Londra, ma posso dire che in Italia vi sono ancora troppe barriere in questo senso. Ciò che vale per le università vale anche per i musei. È indispensabile una politica di incentivazione fiscale, ma anche provvedimenti che consentano a musei, soprintendenze ed enti attivi in campo culturale di acquisire donazioni, e anche qui spesso difettano le strutture». Quanto all'italianissima diatriba pubblico-privato, anche qui preziose indicazioni arrivano dall'estero: «In Italia si tende ancora a pensare che la gestione di un museo sia affare dello Stato, o che, al contrario, il denaro privato debba sostituirsi totalmente alla gestione pubblica. Ma la prospettiva giusta è quella integrata, sinergica: in Inghilterra lo Stato valorizza chi è in grado di fare un buon fundraising, erogando finanziamenti pubblici proporzionali a quelli recuperati da soggetti privati. Potrebbe essere un modello da seguire».