Università e scandali, Bologna si laurea in concorsi truffa: inchiesta sulle nomine

L'ateneo emiliano protagonista di un episodio di nepotismo nelle carriere dei docenti: un professore accusato di minacce per la nomina alla moglie. E spuntano altre 12 gare pubbliche truccate dai baroni

Come tutti i neologismi, è brutto. Eppure il termine «cattedropoli » ha già avuto l'onore, dal ’95, di essere inserito negli Annali del Lessico Contemporaneo Italiano, edizioni Esedra (Padova), subito dopo «cappuccinaro », ovvero l’occupazione principale del travet ministeriale, e poco prima del bossiano «celodurismo ». In realtà, la consolidata pratica - quasi una prassi - di manipolare i concorsi alle cattedre universitarie al fine di assegnarle a parenti, o in assenza di questi ad amici rigorosamente fidati, è qualcosa di ancor più datato. Era il 13 gennaio ’69, all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Messina. «L’università è l’ultimo feudo che trascina la sua esistenza assolutamente e arbitrariamente dominato da nuclei di novelli baroni - denunciò pubblicamente l’allora procuratore generale della Corte d’Appello, Aldo Cavallari -. Si distribuiscono cattedre, e quando non bastano, si creano al solo scopo di favorire il neo-privilegiato».

E risale a quasi vent’anni fa, al 1988, il padre di tutti i concorsi tarocchi, quello per 16 cattedre di Otorinolaringoiatria, tutte assegnate ad altrettanti tra figli illustri e amici fidati. Tra i condannati, nel ’95, il luminare napoletano Giovanni Motta (tra i vincitori anche suo figlio Gaetano) che ebbe un anno e otto mesi in una tornata di condanne poi confermate in Appello il 1˚ dicembre 2000 e in Cassazione il 5 novembre 2001. Ironia della sorte: il 20 marzo 2002 il concorso fu annullato dal Consiglio di Stato, mafigli illustri e amici fidati rimasero ai loro incarichi per difficoltà nelle notifiche degli annullamenti stessi.

Quanto detto fin qui è tanto per dare un quadro storico del problema, dato che quello geografico non conosce confini. I «padrinati » governano e spadroneggiano infatti quasi sempre indisturbati, protetti di volta in volta dalla politica di ogni colore, spesso dalle massonerie, ma soprattutto e sempre dalla paura e dall’impotenza dei candidati peones, quelli privi di lignaggio. Un malvezzo diffuso dal Nord al Sud, isole comprese. Ma che ha i suoi fronti più avanzati - autentici fronti del porto, dove vige la legge del più forte - a Bari, Firenze e Bologna.

Ed è forse proprio il caso di partire da qui, dal capoluogo felsineo, nell'analisi più attuale di questo maleodorante malcostume che per importanza e delicatezza della sfera su cui va ad influire - quella dell’educazione e formazione universitaria - fa impallidire le recenti vicende boccaccesche del «vallettame», fatte di mutandine e polverine. Perché proprio qui, a Bologna la dotta, sede del più antico ateneo d'Italia, è emerso nel febbraio scorso un episodio a dir poco inquietante. Dove si intrecciano manovre losche, minacce verbali e proiettili recapitati a giro di posta.

Tre i protagonisti principali: Renato Menduri, 70 anni, ordinario di Ottica fisiopatologica e direttore di Discipline chirurgiche, rianimatorie e dei trapianti del Policlinico universitario Sant’Orsola Malpighi, ormai vicino alla pensione; la sua bionda e bella moglie, Lucia Scorolli, 50 anni, massona «rosa» obbediente a Palazzo Vitelleschi, titolare della clinica privata Santa Lucia e fondatrice dell’associazione internazionale delle chirurghe oculistiche; e infine Emilio Campos, 50 anni, ordinario e direttore della Prima clinica oculistica al Sant’Orsola, nemico storico di Menduri, nonché presidente del Museo ebraico di Bologna. Ma l’antisemitismo non c’entra. Menduri è sospettato di aver minacciato telefonicamente Campos - «Stavolta non la passerai liscia» - e di aver fatto inoltre recapitare via posta a lui, alla madre Styra Goldstein che vive a Trieste e, per errore, al fratello del cognato, tre buste contenenti sette metallici quanto eloquenti proiettili calibro 9.

Secondo l’accusa Menduri, che di fronte al Gip ha ammesso la minaccia verbale, ma non l’invio dei bossoli, era furente con il collega ritenendolo colpevole di aver modificato all’ultimo momento i requisiti ideali (il cosiddetto «medaglione») di un concorso svoltosi a Bari il 29 gennaio scorso per un posto di professore associato. Requisiti che lui aveva sartorialmente «cucito» su misura sulle fattezze della moglie. La quale, pur avendo avuto tutto dalla vita - bellezza, ricchezza e considerazione professionale, oltre a un marito, tre figli e una clinica privata - evidentemente non poteva immaginarsi senza il corollario di un titolo accademico. Titolo andato invece a un altro candidato, il quarantaseienne siciliano Pasquale Aragona.

Il brutto è che questa vicenda di bambinoni viziati sia perdipiù scaturita da un’intercettazione - la minaccia a Campos, appunto - nell’ambito di una diversa e più ampia inchiesta avviata quattro anni fa dalla Guardia di Finanza. La pista iniziale era una lunga scia di fatture false di un’agenzia viaggi, che di foglio in foglio aveva portato ad alcune aziende farmaceutiche e alle loro «sponsorizzazioni » di diversi medici, dai generici ai luminari. E così, passando dalle carte alle parole, ne è scaturito un coro polifonico di voci - e oggi, con i registratori, verba manent - che ha relegato in secondo piano e fatto stralciare l’indagine sulle fatture false. Sono rimasti così altri due filoni: uno per il reato di appropriazione indebita (le «sponsorizzazioni» delle case farmaceutiche) e un altro per abuso di atti d'ufficio (i concorsi truccati).

Sui nastri magnetici, infatti, erano rimaste le tracce della manipolazione di 12 concorsi per medicina interna in diverse città italiane, con il coinvolgimento di una cinquantina di medici e docenti universitari tra i quali spicca il settantenne novarese Ettore Bartoli, definito in più di un’intercettazione come l’uomo chiave, il «burattinaio».

Tra gli altri nomi, quelli di Roberto Corinaldesi, titolare di Clinica medica a Bologna e medico curante del rettore Pier Ugo Calzolari; quello dello stesso rettore Calzolari (finito però nell'indagine per un motivo tecnico e la cui posizione va verso l’archiviazione); e quello della preside di Medicina (suo grande elettore era stato all’epoca - tout se tien - il Corinaldesi) la virologa Maria Paola Landini, nominata tra l’altro l’8 novembre 2006, dal ministro Livia Turco, nel Consiglio superiore della Sanità.