Università migliori del mondo: Inghilterra all’assalto degli Usa

Lorenzo Amuso

da Londra

Allo straripante predominio degli Stati Uniti si contrappone la Gran Bretagna, che conquista due gradini del podio. Bene anche la Cina, in ascesa rispetto a dodici mesi fa; si difende il Vecchio Continente che occupa oltre 40 dei primi 100 posti. Non pervenuta - desolatamente - l’Italia. Non è il riepilogo del medagliere olimpico, ma la classifica annuale delle migliori università del mondo redatta da Times Higher Education Supplement (Thes), autorevole periodico dedicato al mondo accademico. Oltre 3.700 atenei, disseminati nei cinque continenti, passati in rassegna per stabilire la graduatoria finale delle università che hanno ottenuto i risultati più significativi in termini di insegnamento e in campo scientifico (pubblicazioni, riconoscimenti internazionali e studi).
Al primo posto, confermando il primato dello scorso anno, si è piazzata ancora una volta Harvard. Ma la sua supremazia non appare più incontrastata, al contrario sembra ora minacciata dalla prepotente avanzata di due istituti britannici, Cambridge e Oxford, capaci non solo di scavalcare il Massachusetts Institute of Technology (secondo nel 2005), ma addirittura di accorciare il distacco dalla regina delle università. Un risultato inatteso per l’accademia britannica, sempre più alle prese con la cronica carenza di fondi e infrastrutture e - nel contempo - gravata dall’incontrollata crescita dei costi di gestione. Basti pensare che il budget annuale a disposizione di Harvard, pari a 26 miliardi di dollari, supera quello di cui dispongono complessivamente tutte le università di Sua Maestà. Un deficit strutturale che non ha comunque impedito al Regno Unito di inserire tre università (al nono posto c’è l’Imperial College London) nei primi dieci posti, risultando la nazione con il più alto numero di nuove entrate, grazie ai 29 atenei (lo scorso anno erano 23) nelle prime 200 posizioni. «È rassicurante scoprire che il sistema di studio applicato a Cambridge come a Oxford continua a funzionare e a essere apprezzato a livello internazionale - il commento di Ian Leslie, Pro Vice Chancellor di Cambridge -. L’eccellenza dell’insegnamento e della ricerca è confermata dalla graduatoria». Altrettanto soddisfatto John Hood, Vice Chancellor di Oxford: «La nostra presenza nell’élite mondiale, nonostante le ristrettezze economiche, rappresenta un marchio di inconfondibile qualità». Una crescita comunque ancora lontanissima dal record detenuto dagli atenei a stelle e strisce, che cannibalizzano i primi 15 posti della classifica (11 università), facendo registrare 33 istituti tra i migliori 100. Ma se Yale compie un balzo in avanti, passando dal settimo al quarto posto - appaiando il Mit - in ribasso risultano le quotazioni di Stanford (da 5° a 6°), Berkeley (da 6° a 8°) e Princeton (da 9° a 10°).
Risultati, comunque, che ribadiscono - se mai ce ne fosse ancora bisogno - il persistere dell’incontrastata egemonia della lingua inglese in ambito accademico, come sottolinea John O’Leary, direttore di Thes: «Sono tutte università di grandissima tradizione e prestigio. La competizione tra gli atenei diventa di anno in anno sempre più accesa, nella nostra classifica ci sono trenta nazioni rappresentate e ogni anno ce ne sono di nuove».
Da segnalare, a questo proposito, il piccolo balzo in avanti dell’Università di Pechino, uno dei due istituti cinesi in classifica, salita dal 15° al 14° posto e primo ateneo a comparire in graduatoria dopo il predominio anglo-americano. «Non c’è alcun dubbio che le università della Cina in un prossimo futuro risulteranno ancor più competitive» spiega O’Leary. Tra gli outsider, meritano una citazione l’Olanda, con addirittura sette università, la Svizzera e l’Australia con cinque, il Belgio e la Nuova Zelanda con due. Inspiegabile - o forse no - l’assenza dell’Italia in una graduatoria dove trovano posto nazioni dalle risorse economiche limitate quali Irlanda e Messico.