Università, il Pd vota contro se stesso

Il senato dice sì alla riforma. Il governo accoglie gli emendamenti dell'opposizione, che decide comunque il "no" a ogni costo

Roma - La dea bendata può portare fortuna. Un’opposizione bendata no. Non solo non porta fortuna, ma può cadere in pratiche auto-lesionistiche. Ieri al Senato è passato il decreto Gelmini sull’Università in una giornata resa «calda» dagli studenti che hanno fatto irruzione alla Sapienza e interrotto a Torino un convegno di Chiamparino. Il decreto sull’Università quando venne emanato sollevò proteste e discussioni. L’opposizione chiese che il ministro (la ministra, se volete) riaprisse un canale di comunicazione per allentare la pressione. Così fu. Il dialogo si è svolto in Parlamento e numerosi emendamenti dell’opposizione sono stati approvati, ad esempio quelli riguardanti i concorsi. A questo punto l’esito del voto parlamentare, secondo la prassi, avrebbe dovuto essere diverso. A disposizione di una opposizione che vede accolti i propri principali emendamenti, restavano il voto favorevole o l’astensione.

L’opposizione ha scelto di votare contro, malgrado uno dei suoi più rappresentativi esponenti, il senatore Nicola Rossi, abbia manifestato imbarazzo per questa scelta manicheista. Si vota contro, infatti, quando il dissenso è totale e si vuole rimarcare una definitiva estraneità. Ci si astiene quando si ritiene che ci siano stati miglioramenti ma non fino al punto di trasformare in positivo un giudizio negativo. La Prima Repubblica, fra le sue non poche virtù, aveva lo strumento dell’astensione parlamentare quando l’opposizione riteneva di dover rivendicare il successo dei propri principali emendamenti. Il vecchio Pci, soprattutto negli ultimi anni, aveva fatto dell’astensione motivata una pratica di governo consueta. E l’aveva rivendicata contro il nullismo e i protestatari di ogni risma.

Sarebbe stato normale, per un partito riformista, cioè gradualista e con i piedi per terra, decidere l’astensione sul decreto Gelmini per confermare il dissenso ma rivendicare la propria battaglia. Non è andata così. L’opposizione ormai vota no, sempre e comunque. Conduce la propria battaglia parlamentare, chiede il dialogo, lo ottiene e attraverso il dialogo modifica i provvedimenti, però alla fine cambia nulla perché ribadisce il no su tutta la linea. Questa è una opposizione prigioniera, timorosa del proprio riformismo, ostaggio dei settori più conservatori e barricadieri.

La prigionia, ovvero l’auto-prigionia, del partito democratico è il dato più eclatante di questa fase politica. Veltroni aveva cominciato la propria avventura proclamando la caduta degli steccati, di tutti gli steccati, e rivendicando una autonomia di comportamento che l’avrebbe portato, dal governo o dall’opposizione, a dare voce a tutte le istanze di cambiamento. Era una rottura con una cultura che nel centrosinistra si era insediata sia nella sinistra radicale, estromessa dal nuovo Parlamento, sia nella formazione giustizialista che ne ha raccolto, peggiorandola, la tradizione. Dopo poco meno di un anno dall’avvio della legislatura, le suggestioni riformiste si sono affievolite fino a scomparire ed è emersa una drammatica sudditanza al partito più estremo. Se volete, una doppia sudditanza: al partito di Di Pietro e a quella fazione dei movimenti che aveva contestato l’avvio del dialogo. Siamo di fronte a un caso più unico che raro. Il partito più grande che lascia la direzione dell’attività parlamentare al partito più piccolo, nel timore che questi gli sottragga voti elettorali. È la marcia del gambero, una marcia suicida che porterà il crostaceo a farsi fagocitare sulla soglia del ritorno in acqua da umani o non umani voraci.

I segnali che il Pd ha intrapreso la marcia del gambero sono ormai numerosi e tutti portano a sconfitte evidenti. Non è bastato al Pd la brutta figura sulla Vigilanza Rai con un non-candidato, Villari, nel pieno delle funzioni presidenziali, e un candidato ufficiale, Zavoli, sull’orlo della crisi di nervi. Tutto per aver subito il diktat di Antonio Di Pietro. Quest’ultimo sta valorizzando al massimo la propria rendita di posizione. Un modesto suffragio elettorale, potenti lobby alle spalle, quella mediatico-giudiziaria in primis, gli danno la possibilità di mettere sotto scacco il principale partito dell’opposizione che non riesce a liberarsi dall’abbraccio mortale. Si chiama Sindrome di Stoccolma, ed è una patologia che porta la vittima a solidarizzare con il proprio persecutore. Forse Veltroni è ormai incurabile.