Le università prigioniere della rete anti-israeliana dei collettivi studenteschi

La denuncia del presidente di «Libera Pisa»: «Il nostro ateneo è nelle mani di un gruppuscolo di squadristi di estrema sinistra e filoislamici»

da Roma

«Che si definisca «boia» un diplomatico israeliano impedendogli di parlare o che si impedisca ad alcuni studenti di presentare la loro opinione favorevole all’astensione al referendum, il problema è sempre lo stesso: ci sono gruppuscoli dell’estrema sinistra che si comportano da squadristi...». È il giudizio di Marco Cecchi, studente di Scienze Politiche all’università di Pisa e presidente dell’associazione radicale «Libera Pisa». «Nei giorni scorsi – racconta – lo stesso “collettivo” che qualche mese fa ha contestato così duramente la lezione di Shai Cohen impedendogli di parlare se l’è presa con un gruppo di studenti del comitato “Scienza e vita” che distribuivano volantini in favore dell’astensione al referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita. Io sono su posizioni opposte, ma sono intervenuto con un comunicato per denunciare l’accaduto: il problema vero è quello dell’agibilità democratica dell’università».
I preoccupanti episodi che negli ultimi tempi sono accaduti a Pisa, Bologna Firenze e Torino, con le violente contestazioni e le minacce verbali rivolte agli insegnanti che avevano invitato a parlare i rappresentanti israeliani non sono dunque facilmente classificabili come episodi di antisemitismo, una patologia orrenda che non deve rinascere. «Non so se si tratti di vero antisemitismo – osserva Cecchi – e ho dei dubbi in proposito. Anche se è sotto gli occhi di tutti il fatto che questi collettivi quando contestano Israele lo fanno utilizzando termini e argomentazioni che rimandano a un certo antisemitismo arabo: dicono che Israele non deve esistere!». Il presidente di «Libera Pisa» ha intenzione di invitare nuovamente Cohen nell’ateneo per il prossimo ottobre, un anno dopo la contestazione: «Speravamo che fosse il rettore a farlo, ma ciò non è accaduto. Si è accettato che un gruppuscolo minoritario impedisse di svolgere la lezione al grido di “Maiale, boia, assassino!”».
Innanzitutto un problema di ordine pubblico, di «agibilità democratica», insomma. Rimane però sempre sospesa la domanda: quando la contestazione dura e talvolta violenta contro i rappresentanti israeliani si trasforma in antisemitismo? «Siamo di fronte a qualcosa di orrido – commenta Sandro Curzi, consigliere del Cda Rai, già direttore del Tg3 e del quotidiano Liberazione – e quanto succede nelle università fa il paio con ciò che si ascolta negli stadi. Sono due anni che soffro leggendo certi striscioni allo stadio e mi è capitato di sentirmi dire, da persone normali e gentili: “Lei è laziale, è comunista, non sarà mica pure ebreo...”. Ecco, c’è una mentalità contro la quale dobbiamo combattere». Sulle contestazioni avvenute negli atenei, Curzi osserva che «purtroppo certe volte estrema destra ed estrema sinistra convergono». «Vorrei ricordare agli studenti dei collettivi – incalza il giornalista – che quando è nato lo Stato d’Israele, per noi comunisti quello era il volto migliore del socialismo. Ricordo quando visitavamo i kibbutz e dicevamo: “Qui sono riusciti a coniugare il socialismo con la democrazia”».
Anche Curzi, però, ci va cauto nel definire casi di antisemitismo quelli avvenuti nelle università italiane. «Si tratta piuttosto di ignoranza. E pur ritenendo contestabili certi atteggiamenti del governo israeliano, vorrei aggiungere che l’antisemitismo può sempre riaffiorare. Un fenomeno che si può combattere soltanto con la cultura».
2- Continua