Università: stop parentopoli. Più fondi ai virtuosi Ma gli studenti non ci stanno e tornano in piazza

Approvato il decreto del ministro Gelmini: ogni due docenti in pensione, sarà assunto un ricercator. Ha vinto il buonsenso: <strong><a href="/a.pic1?ID=304163">basta concorsi truffa e via alla meritocrazia</a></strong>. Ma gli <strong><a href="/a.pic1?ID=304397">studenti scendono di nuovo in piazza a protestare
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Roma - Il governo dice «stop». Basta con le «distribuzioni a pioggia». E così, i 500 milioni di «incentivi per la ricerca» andranno solo agli atenei «più virtuosi». Nulla per quelli in rosso, che «utilizzano oltre il 90% del Fondo ordinario in spese correnti». Per loro, penalizzazioni. Quindi, «non potranno bandire concorsi per docenti o personale tecnico-amministrativo».
Il blocco del turn-over, invece, passa dal 20 al 50%, cioè per ogni docente in pensione potrà essere assunto un ricercatore. E ancora. Stanziamento di 135 milioni da destinare alle 180.000 borse di studio (cifra record) per i «meritevoli e capaci», 65 milioni invece per le residenze universitarie.

 

Mariastella Gelmini illustra i punti chiave del decreto legge approvato ieri pomeriggio dal Consiglio dei ministri, che prevede pure novità importanti sul fronte concorsi. Nessuno stop a quelli già banditi («solo uno slittamento di qualche settimana»), ma nuovo meccanismo da rispettare nella composizione delle commissioni. Da 5 componenti si passerà a 12, per creare una rosa più ampia al cui interno sorteggiarne poi 4. Una discontinuità, un «elemento di assoluta trasparenza».

Il Cdm - «orfano» ieri anche del premier, impegnato a Mosca nel bilaterale Italia-Russia - dà il via libera pure alle linee guida per la riforma complessiva, che costituiranno i contenuti di un ampio disegno di legge. Due provvedimenti «distinti», dunque. Il primo, spiega il ministro dell’Istruzione, «consta di tre articoli, il quarto è relativo solo ad una norma di copertura». Un decreto «piccolo che non vuole essere e non è la riforma dell’università, ma prevede semplicemente una serie di misure urgenti sul diritto allo studio, sulla valorizzazione del merito, sul ricambio generazionale negli atenei, sulla riqualificazione della spesa». E il provvedimento urgente, avverte la Gelmini, «va letto in parallelo con la richiesta alle università di eliminare i corsi frequentati da pochi studenti e l’impegno a non aumentare le sedi distaccate».

Le linee guida che finiranno nel ddl, aggiunge poi il ministro in conferenza stampa, «sono un documento programmatico di legislatura, che offriamo al dibattito con il mondo accademico e che sarà oggetto di discussione nelle commissioni competenti e nelle Aule parlamentari». Il governo, dunque, lancia un «appello a tutti coloro che vogliono contribuire a questa sfida così determinante, sapendo che c’è il tempo necessario per elaborare una proposta di riforma che sia condivisa». Questo, però, precisa la Gelmini, «non vuol dire posticipare la soluzione dei problemi dell’università. Non vogliamo tornare alla concertazione, ma all’assunzione di responsabilità per scelte da compiere insieme, senza rinviare all’infinito. Diverso reclutamento dei docenti, diversa impostazione delle scuole di dottorato, diversa governance, sono elementi assolutamente importanti».

«Mi sento tranquilla», dichiara incontrando i giornalisti a Palazzo Chigi, anche perché «mi sono confrontata in questi mesi con un mondo sfaccettato come quello universitario e ho colto una sensazione di cambiamento che vuole sia la maggioranza dei professori che quella dei rettori». E da parte dell’esecutivo, prosegue, «c’è la volontà di farlo in un clima di confronto e condivisione, sapendo che il Paese e i giovani meritano che l’università sia migliore». Di certo, però, «non con chi vuole mantenere lo status quo».

Sul fronte tagli, previsti in Finanziaria per il 2010, la Gelmini spiega che «rimangono», anche se fa notare: «Abbiamo davanti un anno per cominciare un percorso di riforma che possa rendere quel taglio meno doloroso». Per raggiungere l’obiettivo, ribadisce, bisogna quindi procedere alla «razionalizzazione dei corsi, all’eliminazione di quelli con un solo studente, alla diminuzione delle sedi decentrate».