Gli uomini di Bersani sotto la lente dei pm

Penati è il Gianni Letta del segretario: magistrati mai così in alto nella gerarchia Pd da Tangentopoli. Nel futuro del Paese ci saranno i partiti o un governo di giudici?

Filippo Penati non è un Alfonso Papa qualsiasi. E non è neppure un Franco Pronzato, l’ex responsabile trasporto aereo del Pd coinvolto nell’inchiesta sulle tangenti Enac. I lombardi lo conoscono come sfidante sconfitto di Formigoni, l’anno scorso, e come ex presidente della Provincia di Milano, dal 2004 al 2009 oasi rossa nella Lombardia verde e azzurra. Ma Penati è stato, e potrebbe tornare ad essere, il Gianni Letta di Bersani: silenzioso, bonario, estremamente pragmatico, ricco di frequentazioni in ogni ambito e direzione, stimato nel mondo economico come nella diocesi ambrosiana, Penati ha costruito passo dopo passo la leadership di Bersani e la sua vittoria alle primarie del Pd, e fino all’anno scorso ne ha coordinato la segreteria politica.

Vederlo indagato per corruzione, concussione e illecito finanziamento ai partiti fa un certo effetto, perché mai fino a oggi, dai tempi di Mani pulite, un magistrato era arrivato così in alto nella gerarchia del Pci-Pds-Pd. Il che ci porta immediatamente al quesito cruciale: esiste anche a sinistra, per ricorrere a un’espressione tanto odiosa quanto popolare, una «questione morale» che la accomuna al resto del ceto politico in una condanna generalizzata e senz’appello? Oppure questa inchiesta tradisce, come molte altre inchieste di questi anni, un intento politico, la volontà di alzare il tiro contro i partiti in un momento di forte emozione popolare anticasta, e insomma il tentativo di forzare, più o meno delicatamente, il corso degli eventi?

Secondo l’accusa, Penati sarebbe coinvolto in una storia di tangenti (quattro miliardi di vecchie lire) girate nel 2001-2002 intorno alla gestione dell’area Falck - un tempo, per ironia della storia, fiore all’occhiello della classe operaia lombarda. All’epoca dei fatti Penati era sindaco di Sesto San Giovanni; con lui sono indagati anche il suo ex capo di gabinetto alla Provincia e un assessore di Sesto, nonché alcuni imprenditori e professionisti.

In questo come in tutti gli altri casi deve valere la presunzione d’innocenza, come ha giustamente ricordato Daniele Capezzone, ma il clima torrido, spazzato dal vento dell’antipolitica, lascia purtroppo prevedere il contrario: a destra e a sinistra ci si butterà su Penati per guadagnare qualche piccolo vantaggio propagandistico, nel ridicolo tentativo di spegnere l’incendio dell’ondata moralizzatrice versandovi sopra la benzina della condanna preventiva e della dissociazione indignata.

La verità è purtroppo un’altra, e le persone responsabili che ancora abitano nel Pdl e nel Pd dovrebbero una buona volta prenderne atto. La crisi dell’equilibrio politico costruito intorno a Berlusconi è visibile, evidente e irreversibile. Il governo potrà cadere domani o fra due anni, ma politicamente un'intera stagione si è già conclusa. È una sensazione diffusa: l'Italia sta voltando pagina. Si tratta però di capire se la prossima stagione politica avrà ancora nel Pdl e nel Pd le proprie architravi, o se invece il superamento del berlusconismo, come quello del pentapartito all’inizio degli anni ’90, debba passare per l’azzeramento di tutta la classe politica, dei partiti esistenti e dei loro leader. Dopo Berlusconi, in altre parole, dobbiamo aspettarci Alfano o Bersani, oppure un governo di banchieri e di magistrati?
Il Pdl ha fatto troppo spesso della questione giustizia una questione personale di Berlusconi; per lo stesso motivo, il Pd troppo spesso s'è accodato all’orda giustizialista. Ma il problema non riguarda Berlusconi, e nemmeno Penati o Papa o Tedesco o Milanese o Pronzato: il problema riguarda gli equilibri di potere e gli spazi di autonomia del potere politico e di quello giudiziario.

Naturalmente, senza una profonda autoriforma della politica resistere allo tsunami diventa impossibile: una manovra economica che azzanna il ceto medio, tre o quattro inchieste giudiziarie in corso in ogni angolo d’Italia, quattro processi al presidente del Consiglio, il salvataggio delle Province e dei privilegi del parlamentari disegnano una tempesta perfetta cui è davvero difficile sfuggire. La gente fa bene a non poterne più. Ma il dovere di una classe dirigente è trovare al proprio interno le energie e le personalità per uscire dalla crisi - prima di tutto di credibilità - che l’ha colpita. Senza ricorrere alle scorciatoie giustizialiste, senza scambiare uno dei cancri che corrodono il nostro Paese per la panacea dei suoi mali.