«Uomini che odiano le donne» tanta ideologia, pochi risultati

Miscela di Seven di David Fincher e Fiumi di porpora di Mathieu Kassowitz, Uomini che odiano le donne di Niels Arden Oplev ha i difetti del primo (specie l’evocazione biblica) e del secondo (specie il pretesto politico), senza avere le qualità di nessuno dei due, principalmente la larghezza di mezzi. E poi quasi due ore e mezza si possono spendere meglio che con un film, in particolare se quel film è un giallo velleitario.
A indagare qui è il giornalista svedese Mikael Blomkvist (Michael Noqvist), direttore di una rivista dell’«antifascismo militante», e una giovane, mentalmente disturbata punk con talento di hacker, Lisbeth Salander (Noomi Rapace). La coppia stabilisce che una serie di assassinii di donne, avvenuti lungo sessant’anni, è opera di ex nazisti, naturalmente ricchissimi...
Insomma, i peggiori delitti sono da attribuire a quelli che Stieg Larsson - dal cui romanzo omonimo viene il film - più detestava. Ognuno ha ossessioni: Larsson sarebbe riuscito a rendere redditizie le sue, ma morì nel 2004, prima che i suoi tre romanzoni fossero pubblicati. Infatti era solo un giornalista fra tanti e gli editori diffidavano di tre romanzi per quasi duemila pagine... Ora, mentre gli eredi litigano per i diritti di pubblicazione del quarto romanzo, incompleto, esce il film di Oplev, che sfronda parecchio la caratterizzazione estremista del personaggio principale e della sua sodale.
All’inizio lo spettatore si trova davanti il solito investigatore improprio, quarantenne ma idealista, dalla vita disordinata ma dagli amici devoti. La più connotata aiutante appare gradualmente nella storia, viene violentata, esacerbando l’odio per un certo tipo di uomini, ma dà egualmente il suo contributo di deviante alla «legalità democratica». La sua omosessualità resta in ombra, benché le spalle possenti della Rapace facciano pensare a un travestito.
La connotazione «antifascista» si risolve in una connotazione antiborghese, dove borghese è chiunque abbia i soldi e metta la cravatta (gli amici di Larsson non avevano la seconda). Quanto a psicologia, quella di Larsson si taglia con l’ascia; quella di Oplev, col coltello.