Gli uomini che sussurravano alle belve

Ora che i boschi si tingono di rosso, ancor più suggestiva si staglia la rocca medioevale di Compiano sulle pendici solitarie della Val di Taro. Passato dai Malaspina ai Landi ai Farnese e al Ducato di Maria Luigia, divenuto prigione dei carbonari dopo i moti del 1821, il castello racconta la grande storia. Ai suoi piedi, nelle strette vie del borgo, un piccolo museo ospitato in una chiesetta sconsacrata racconta invece la storia di coloro che non fanno la storia.
È il Museo degli Orsanti, creato nel 2001 da Maria Teresa Alpi in memoria della sorella Barbara e a ricordo di generazioni di girovaghi che vagavano per l’Europa esibendosi sulle piazze e nelle fiere con animali ammaestrati. Cammelli, scimmie, dromedari, ma soprattutto orsi che fino a tutto il ’700 erano presenti nelle forre dell’Appennino e che più tardi gli «orsanti» si procuravano nell’Europa dell’Est e in Siberia. Gli orsi ammaestrati, fatti ballare costringendoli a inchini e piroette, costituivano la maggiore attrazione durante le fiere. La loro comparsa era spesso preceduta da una canzone: «Dài, balla, ursu, dài, gira,/ batta ’u tempu, dài gira...». E la povera bestia, resa inoffensiva dalla museruola, eseguiva. Qualche volta, una estrema ribellione provocava incidenti anche mortali. Non solo gli «orsanti» partivano dalle valli appenniniche fra Liguria ed Emilia. Partivano anche musicanti e burattinai, e i «birbanti», dediti più spesso all’accattonaggio e alla vendita di intrugli «miracolosi», ispiratori del donizettiano Dottor Dulcamara.
Il Museo di Compiano ne racconta la storia attraverso tutto quanto si è potuto recuperare dell’esistenza di questa genìa vagabonda: scimmie impagliate, abiti, carri, organetti, pianete della fortuna, fotografie e perfino il curioso berretto cilindrico di metallo adorno di campanelli che veniva posto sulla testa dell’orso.
Era la povertà di quelle terre a spingere alla fuga e al vagabondaggio, ma forse anche una disposizione d’animo bizzarra e avventurosa. Scrive Lucio Lami nel bel romanzo La donna dell’orso (Scheiwiller, 2003): «Benché da secoli vivessero nei boschi, quelli dell’alta Valle del Taro erano rimasti liguri, marinai di montagna. Lo si vedeva dal carattere, dall’architettura spontanea della loro casa di sasso, dalle loro usanze. Quando un girovago si accingeva a partire per il mondo, aveva diritto alla veglia della vigilia, come un marinaio che prendesse il largo». E l’orso, come per il protagonista Michelazzo, era «il suo traguardo, il suo limite, il suo ego: lui stesso, dentro la gabbia della vita, costretto a ballare al suono di un organetto...».
IL MUSEO
Museo «Gli Orsanti», San Rocco, Compiano (Parma). Info: 0525825513.