Uomini invisibili con barba islamica d’ordinanza

«Gli italiani mi hanno reclutato perché sono pashtun e sveglio, ma quello che facevo era troppo pericoloso, anche se ben pagato» racconta a Il Giornale un giovane afghano agganciato dai nostri 007 a Kabul. «Mi portavano ai bordi di qualche quartiere o zona dove c'erano segnalazioni che potesse nascondersi un cattivone - racconta il ragazzo -. Mi facevano vedere una foto con un nome ed io dovevo infiltrarmi nell'area cercando informazioni. Qualsiasi occidentale sarebbe stato subito scoperto. Rischiavo la testa e dopo un po' ho mollato tutto».
Attentati sventati, riscatti per liberare gli ostaggi, accordi con i capi clan locali per evitare guai al nostro contingente sono le missioni dei nostri servizi segreti in Afghanistan. Non solo: gli 007 mediano con le tribù per rendere possibile la costruzione di un ponte o il passaggio di un convoglio di rifornimenti.
Nel Paese al crocevia dell'Asia sono alcune decine. Uno scudo invisibile di gente che rischia la pelle ogni giorno e quando va finire nei guai spesso non se ne sa nulla. In ambasciata hanno una centrale, come al quartier generale di Herat, nell'Afghanistan occidentale. Chi opera sul terreno si lascia crescere la barba islamica d'ordinanza. Se girano fra i villaggi si vestono spesso all'afghana, con la tunica ed i pantaloni a sbuffo. Nelle grandi città gli italiani non li vedi mai in tenuta da Rambo. Al massimo hanno la pelle bruciata dal sole ed un giubbotto mille tasche, come quello dei fotografi, che nasconde qualche arma leggera.
A bordo di fuoristrada con targhe civili entrano ed escono dalle basi di giorno e di notte. Al fianco hanno quasi sempre un autista afghano o un interprete. «La loro assicurazione per la vita», spiegano gli addetti ai lavori. Nelle zone ostiche, come Farah, la provincia più a sud dello schieramento italiano, le nostre "barbe finte" si facevano accompagnare dal figlio di un trafficante di oppio. I benpensanti potrebbero arricciare il naso, ma in Afghanistan, dove contano i legami tribali e familiari, è un asso nella manica. Non a caso sono stati sventati alcuni attacchi proprio a Fort Apache, la base alla periferia del capoluogo di Farah.
Non sempre fila tutto liscio. Nel 2007 morì il sottufficiale dei servizi Lorenzo D'Auria, preso in ostaggio dai talebani e colpito alla testa durante un blitz per liberare lui e un altro agente italiano. Si era talmente mescolato con la popolazione che gli afghani lo avevano soprannominato Lorenzo Jan, «amico fraterno».
Molti conoscono almeno una delle lingue afghane, come il «consigliere diplomatico» ucciso ieri a Kabul. Il loro compito principale è fare da «antenne» raccogliendo qualsiasi segnale di pericolo, per poi diramarlo ai reparti nel bollettino dei warning. Come l'utilizzo di manichini con il burqa all'interno di una macchina minata, per far pensare che il terrorista suicida al volante faccia parte di un'allegra famigliola afghana.
«Un pezzo di storia della nostra intelligence è stato scritto a Khowst, vicino al confine con il Pakistan» spiega un veterano dell'Afghanistan. Fra le tante operazioni avventurose, durante l'ardua missione Nibbio nel 2003, un nostro convoglio di rifornimenti venne sequestrato dai miliziani di Padasha Khan Zadran, signore della guerra locale poi eletto in Parlamento. Ci pensarono i nostri 007 ad inerpicarsi sui monti e risolvere la faccenda.
Gli uomini dei servizi sono quelli che pagano i soldi dei riscatti, come i due milioni di dollari che servirono per liberare il free lance italiano Gabriele Torsello. Nel 2006 era stato rapito nel sud dell'Afghanistan. Una delle poche immagini che ritraggono gli agenti operativi è stata scattata alla liberazione del fotografo. Si vede un uomo in borghese, di spalle, con un giubbotto mille tasche ed un mitra a tracolla che scorta via l'ostaggio italiano.
www.faustobiloslavo.eu