Un uomo bandito da molte nazioni

Non lo vuole vedere nessuno. Da almeno trent’anni. E peggio va addirittura alle sue opere che a sentir lui non avrebbero commercio quasi da nessuna parte per colpa dell’isolamento al quale lo costringe la comunità internazionale. A cercar guai del resto ci ha provato subito. Era il 1975 quando David Irving consegnò al pubblico disprezzo «La guerra di Hitler», il libro dove mise in dubbio per la prima volta che il dittatore nazista avesse mai dato l’ordine di cominciare lo sterminio degli ebrei. Certo il pamphlet gli fece guadagnare le simpatie dei gruppi neonazisti inglesi e tedeschi, che cominciarono a diffondere clandestinamente i suoi testi. Ma fu lì che cominciarono i guai diplomatici, perché alcuni governi cominciarono a dichiararlo «persona indesiderabile», rifiutandogli il passaporto. Nei suoi successivi saggi arrivò addirittura a negare apertamente l’Olocausto: così Australia e Canada, stati nei quali negare la Shoah è un reato, non ci misero molto a dichiararlo fuorilegge. Nemmeno in Germania furono carini con lui: fu arrestato ed espulso per aver dichiarato che le camere a gas dei campi di concentramento nazisti erano un falso storico. Una persecuzione continua.
Lui stesso se ne lamentava: «Per avere scritto questo libro, ho avuto la casa devastata da teppisti, la famiglia minacciata, il nome diffamato. I miei tipografi hanno subito attentati e io stesso sono stato arrestato ed espulso dall’Austria e dal Canada e respinto alle frontiere della Nuova Zelanda, dell’Italia, del Sudafrica». Fa il modesto. Anche dall’Olanda è bandito. Nello scorso ottobre poi l’opposizione socialista greca e la comunità israelitica del Paese si erano levati contro un suo sbarco ad Atene, con una lettera aperta al primo ministro Costas Karamanlis. E in Austria dove lo hanno arrestato la negazione dell’Olocausto è un crimine punibile con una pena da uno a 10 anni di carcere. Rischia grosso. Ma dice: «Ho timore anche di rientrare a casa». Bandito anche da lì.