Un uomo in fuga dagli stereotipi

Da Gibilterra all’India, dalla Cina all’Irlanda: la personale geografia di Stenio Solinas delinea una galleria di luoghi e personaggi visti attraverso la lente dell’intransigenza mondana e del disinganno

I veri viaggiatori sono quelli che «partono per partire». Lo scrisse Baudelaire in versi che Stenio Solinas pone come epigrafe al suo nuovo libro, ricco di suggestioni sin dal titolo, Vagamondo (Edizioni Settecolori, pagg. 548, euro 20). Solinas sembra concepire il viaggio proprio come un’azione fine a se stessa, vicina all’avventura e alla sfida intellettuale. Seguendolo, tra foltissime annotazioni, descrizioni, analisi, aneddoti, aforismi, scatti d’umore e dichiarazioni d’amore, scopriamo che per lui il viaggio è anche una forma di intransigenza mondana, una ribellione agli stereotipi, un’esperienza di autoaffermazione che mette sempre in conto la sconfitta e il disincanto. Ne viene fuori il prezioso diario di bordo di un uomo libero, dal respiro europeo, capace di leggere tutta la realtà e la cultura contemporanea con un’orgogliosa distanza da ogni conformismo.
Una parte cospicua del volume è dedicata a racconti di viaggio in Paesi scelti con una speciale attenzione alla geopolitica e alle mitologie personali. Così Solinas va a Gibilterra, città che definisce inglese per i commerci, italiana per l’architettura, spagnola per la lingua, che conta 27mila abitanti e 54mila imprese, e sa coglierne l’essenza visitando una bottega di tatuaggi e un sottomarino in disarmo. E va a Cipro, dove la capitale Nicosia ha vie tagliate da un muro che separa i campanili dai minareti e dove su Famagosta vede aleggiare la memoria di Marco Antonio Bragadin e della sua gloriosa e tragica sconfitta contro gli ottomani.
Ci sono pagine su Kars, la città turca al confine con l’Armenia, su Dyarbakir, sul mito che racconta la nascita del popolo curdo, fiero e infelice. Particolarmente belle le descrizioni del bazar di Kabul, di un Afghanistan che vive un suo «medioevo meccanizzato», e di gran respiro le pagine del viaggio in India, l’arrivo in un Gujarat semisommerso dai monsoni, l’incontro-scontro con l’asfissiante e distratta burocrazia indiana, l’approdo a Alang, porto di demolizione delle navi, un tempo il primo in Asia, carico di simboli di potenza e di rovina. Solinas coglie Mumbai, Bombay sino a pochi anni fa, nelle sue qualità architettoniche essenziali quando parla dei suoi edifici di una «cupezza gotico-veneziana», che sembrano ormai piuttosto enigmatici giocattoli in pietra. E descrive lo spettacolo di Hong Kong sul mare tra mille luci di grattacieli e imbarcazioni, ma accompagna il lettore anche dove Nathan road, allontanandosi dal centro, diventa buia, polverosa, popolata da un’umanità ambigua e misera. A Macao, è vero, tutto riporta al passato. A Shanghai, la «testa del drago cinese», tutto ci parla di un futuro tra iper-sviluppo e incubo.
Tra i Paesi che più incidono nell’immaginazione di Solinas c’è l’Irlanda. A Dublino gli scatta una parodia dell’Ulisse di Joyce, un monologo scoppiettante in cui Leopold Bloom jr si chiede perché suo nonno uscì di casa quel mattino, e diede la stura alle invenzioni joyciane e al feticismo dei celebratori del Bloomsday. Vede Grafton street ormai sommersa dallo shopping, e in O’Connel street incrociarsi ancora le memorie epiche e tragiche di Eamon de Valera e di Michael Collins, protagonisti della lotta irlandese per la libertà. A Belfast, trova solo cinque povere corone di fiori sulla tomba di Bobby Sands.
Ci sono pochi accenni strettamente autobiografici e memorialistici, nel libro. Quello della volta in cui al Music Inn, durante una serata di jazz, l’autore preferì restare ad ascoltare Romano Mussolini e lasciar andare via la «stronza» che aveva avuto una reazione isterica al solo sentire quel nome è davvero significativo, da applauso. Ma l’aspetto autobiografico è tutto nei ritratti che Solinas intesse, una vera galleria di preferenze, gusti, passioni. Leggiamo di Karen Blixen in Africa, di Byron, di Aragon e di Drieu la Rochelle, di Dos Passos e di Hemingway, di Morand, di Malraux. Ma anche di Leni Riefenstahl, di Brigitte Bardot, di Marilyn Monroe, di Greta Garbo, di Marlene Dietrich. Fra le tante idee che sento vicine, in questo libro, c’è quella dell’illeggibilità oggi del D’Annunzio romanziere, e quella della grandezza dell’impresa di Fiume, leitmotiv non riconosciuto di tutte le rivolte e rivoluzioni venute dopo, sino ai no global.
Insieme agli eroi, Solinas porta in scena dandy, snob e parvenue, in pagine strepitose, con qualche ammiccamento polemico all’oggi. Non inorridirebbe Beau Brummell (ma un po’ inorridiremmo anche noi) se qualcuno definisse dandy Briatore, Rossella o Bertinotti? E che cosa fa di un uomo un gentiluomo? Problema del quale nessuno verrà mai a capo, tranne che con la futilità: una volta ho sentito dire che gentiluomo è colui che non ha mai portato un vestito marrone. Un viaggio iniziato nel segno di Baudelaire, si conclude idealmente sotto il segno di Jorge Luis Borges. Con tagliente energia critica, Solinas individua in Borges non il giocatore sulla tavola dei simboli, ma il «sovrano cantore del Mito», e avvalora la sua analisi con i versi del sonetto A Carlo XII, il re guerriero il quale sapeva che «vincere o essere vinti / sono facce di un Caso indifferente / che non c’è altra virtù che essere coraggiosi». Perché il coraggio della bellezza e dell’avventura è il tratto decisivo di un libro come questo.