Updike, un provinciale folgorato dal Corano

Lo scrittore statunitense maestro della «suburban novel» nel suo ultimo romanzo racconta la storia di un ragazzo islamico integralista

Michiko Kakutani, il temutissimo critico letterario del New York Times lo aspettava al varco. Non vedeva l’ora di fare a pezzi il suo nuovo romanzo con una recensione piena zeppa di insulti e umorismo gratuito. E così ha fatto. L’ultimo libro di John Updike non è ancora arrivato sugli scaffali delle librerie americane che lei l’ha già bocciato in una sola frase: «Il suo protagonista non è umano. È un robot pieno di cliché scontati». Ma forse l’autore di ben 22 romanzi, da Corri coniglio a Il centauro, Sposami e Un mese di domeniche, a 74 anni non ha più paura dei critici, nemmeno di una come la Kakutani, che detta ancora legge nel mondo dell’editoria newyorchese. Altrimenti come giustificare la sua scelta, rischiosissima, di sedersi a tavolino e di scrivere Terrorist, un romanzo sul tema più doloroso e scottante dell’America post 11 Settembre?
La trama del nuovo romanzo del maestro della suburban novel, dei ritratti veritieri e pungenti della vita di provincia americana, con i suoi amori e le sue pigre passioni, i suoi conti in banca e i suoi giochi erotici, sempre descritti con un realismo che ogni volta lascia il lettore col fiato sospeso, ci porta anche questa volta nella sua «zona di caccia»: un paesino del New Jersey chiamato New Prospect, molto simile a quello di Shillington, in Pennsylvania dove lui è nato, e un liceo tipicamente middle class. Un mondo che Updike, figlio di un professore, ormai non riconosce quasi più. «Forse non ho messo abbastanza telefonini nel mio liceo», ha sorriso parlando di Terrorist. «Forse questo liceo è all’antica e non è abbastanza elettrizzato».
Ma l’energia pulsa nella rabbia del suo protagonista, Ahmad Molloy, un diciottenne figlio di una ex hippie che si fa riempire la testa di islamismo e jihad dall’imam della moschea locale: Shaik Rashid gli fa leggere il Corano e lo invoglia, col passare dei capitoli, a fare il martire e a far scoppiare il Lincoln tunnel di Manhattan. Ahmad è figlio anche di padre egiziano, venuto negli Usa a frequentare l’università e poi ritornato in Egitto, praticamente abbandonando suo figlio. Ma la rabbia del liceale non è rivolta al padre mancante, bensì all’America che secondo lui è «diretta verso una fine orribile». Un paese «pieno di sentieri alternativi, di cose da vendere e di inutili cose da comperare». Per lui, che a diciott’anni è ancora vergine, «l’unica via verso il paradiso è quella della purificazione del corpo».
A scuola Ahmad è un bravo studente e il suo professore, Jack Levy, è fiero di lui: il ragazzino gioca bene a calcio e si allena nelle gare di atletica. Finché un giorno Ahmad non annuncia di voler fare il camionista e di aver trovato lavoro presso un libanese che vende mobili. «Lo sport mi sta esponendo ad un mondo corrotto, ad una filosofia ed una letteratura malata. La cultura occidentale è senza Dio», dirà al suo allenatore. Le spire dell’imam l’hanno completamente avvolto e a nulla serve il tentativo di Levy di mandarlo da una prostituta per farlo diventare un «ragazzo normale».
«Non mi voglio sporcare», risponde Ahmad, «Cerco solo il paradiso». Intorno a lui l’America di provincia descritta da Updike è invece il ritratto di un Paese in disfacimento morale: anche la madre del protagonista, sola e afflitta da una crisi di mezza età, finisce nel letto di Levy, che tradisce una moglie obesa che trascorre le sue giornate a mangiare scatole di biscotti davanti al televisore.
Per scrivere il romanzo Updike ha dovuto fare un balzo avanti nel tempo e abbandonare il suo vecchio mondo dell’Harvard College e della scuola di belle arti di Oxford dove aveva studiato da giovane. «L’unico detonatore che conoscevo era quello usato da Gary Cooper in Per chi suona la campana e così sono dovuto andare su Internet per aggiornarmi», ha dichiarato in un’intervista al New York Times. Per scoprire come funzionano i nuovi metal detector ha persino rischiato di farsi arrestare in un aeroporto. «Ma ho scoperto che i raggi X non sono più in bianco e nero ma verdi e rossi». Per vedere il quartiere del paesino del New Jersey nel quale ha sede la sua storia si è fatto portare in giro da un autista quasi tremante a vedere le vecchie chiese oggi trasformate in moschea.
John Updike, da sempre cristiano credente, nella prima stesura del romanzo voleva che il suo giovane terrorista fosse anch’egli cristiano: «Un seminarista che viene tradito da un sacerdote e si convince che il diavolo lo stia inseguendo. Molta gente nel mondo islamico oggi la vede così». Poi ha optato per Ahmad, un mezzo sangue che non si sente affatto americano. A convincere Updike a scrivere Terrorist è intervenuta anche la consapevolezza che si vive in un mondo infelice: «Siamo molto lontani dalla felicità dei giorni della fine della Guerra fredda», ha ammesso. «Siamo entrati in una fase di pericolo e disordine che allora non avremmo mai potuto immaginare».
Sarà un successo? La Kakutani, con la sua violenta matita rossa, non è l’unica a criticare Terrorist. Sul Los Angeles Weekly, Mohamed Mack ha detto senza mezze misure di volere che sia un romanziere arabo a scrivere di terrorismo islamico, non uno scrittore come Updike. La stampa di destra ha accusato Updike di essersi innamorato dell’islamismo, visto che nelle sue interviste adesso non solo fa le lodi del Corano ma descrive anche il protagonista del suo libro come se stesse parlando di un gentiluomo inglese. «Ahmad is a likable fellow», ha ammesso Updike, un personaggio proprio amabile.