URAGANO COLLINA: MI DIMETTO DA ARBITRO

Franco Ordine

nostro inviato a Viareggio

«Non hanno avuto fiducia, me ne vado». Nel salone dell’albergo di Viareggio pieno di stucchi e telecamere brillano gli occhi umidi a Pierluigi Collina, gli trema anche la voce ma la frase-chiave del suo clamoroso addio ha un effetto deflagrante. Non è un semplice sbatter di porta, non è nemmeno il gesto procurato dal dispetto o dalla rabbia, dal bisogno di palcoscenico o dalla cupidigia del denaro. È uno scossone che fa vacillare il vendicativo Carraro, sotterra don Abbondio-Lanese e getta una luce sinistra sulla faida interna agli arbitri. L’ex arbitro numero uno del calcio italiano si presenta puntuale all’appuntamento sul bel lungomare viareggino riscaldato da un sole d’altra epoca. Lo scorta la moglie Gianna. È vestito di tutto punto, completo blu, con distintivo del settore, camicia bianca candida, e qualche incertezza sul protocollo. «Sapete, non so come si usa fare in circostanze del genere» spiega nell’attesa che scocchi la mezza e che arrivino i ritardatari. Ha una cartella di pelle nera, dentro le fotocopie dei suoi appunti. «È materia delicata, non parlo a braccio» aggiunge e poi si sottrae al supplizio delle domande ricevendo qualche scudisciata sulla famosa pelata. È l’errore formale commesso. In questo caso a noi giornalisti tocca valutare la sostanza del suo intervento, la ricostruzione meticolosa dell’estate bollente, argomento per argomento. Che alla fine risulta convincente. Nobilitata dall’emozione che accompagna Collina quando parla dei genitori anziani e della famiglia sua, quando accenna alla sua malattia, quando ricorda i 28 anni spesi dentro il mondo arbitrale. «Neanche per la finale del mondiale ero così teso» confessa a un certo punto prima di cominciare. E non bluffa. Si distende e beve un sorso d’acqua quando Varriale chiama l’operatore Rai per avvertirlo che è in ritardo. Chiusa la carriera, Collina si alza e va a calmarsi in una saletta riservata. Con la moglie al fianco. Qua la mano, caro amico. Le sue verità? Eccole.
Il contratto. «In marzo, quando Carraro mi propose l’incarico dirigenziale rifiutato, del contratto non c’era traccia. Ho scelto di restare perchè mi piace arbitrare. Ho parlato a Lanese dello spot pubblicitario con Opel, gli ho mostrato il filmato e la documentazione ricca di 50 pagine affrontando anche il tema del Milan, sponsorizzato con la stesso marchio. Mi ha detto alla fine: “Bravo, complimenti e auguri”. Non ho chiesto l’autorizzazione scritta perchè questa era la consuetudine e perchè così mi ero comportato in altre occasioni, quando firmai per Sky, McDonald’s, Sofficini Findus e Diadora. Di volta in volta ho ricevuto parere positivo o negativo. Non ne ho parlato a Carraro per non scavalcare Lanese: toccava a lui il passaggio istituzionale».
Il valore dello spot. «Lo spot raffigura bambini che giocano al calcio senza regole: poi arriva un arbitro a bordo dell’auto, all’ultimo istante, e si ristabilisce il rispetto delle regole. Ecco il motivo per cui ho detto sì. Opel ha pensato a me sapendo che avrei smesso di fare l’arbitro a giugno 2005, non sapeva della proroga. Non posso non mantenere gli impegni assunti con GM, anche questo vuol dire rispettare le regole. E mi costa tantissimo. Come ho dimostrato con Pavia-Bari, avrei diretto volentieri in serie B, senza problemi».
Il veleno del sospetto. «Sostenere che il sospetto nel nostro Paese è un giochino nel gioco per me significa non amare il proprio Paese. Sono stato nominato dalla rivista Uefa unico arbitro capace con 19 calciatori di cambiare il calcio. In Inghilterra Chelsea e arbitri hanno avuto lo stesso sponsor senza provocare scandalo. O si ha fiducia o altrimenti interroghiamoci. Nella finale mondiale del 2002 ci fu una polemica pubblicitaria. Scolari chiuse la questione: io mi fido di Collina, disse».
L’accusa. «Bisognava far uscire la notizia in modo corretto e non passandola di nascosto come ha fatto qualcuno che ne era informato avendone titoli (Lanese,ndr)».