«Urbanistica, ecco il mio cahier des doléances»

(...) a risolvere il problema le «nuove centralità» che, ubicate e caratterizzate meglio, avrebbero potuto, almeno in parte, sostituire lo Sdo, ma così come sono state previste gioveranno solo ai proprietari delle aree. A proposito, perché per realizzare le centralità sullo Sdo si dovevano espropriare le aree, mentre per realizzarle policentricamente ciò non occorre più?
Circa il verde, fa piacere sapere che, improvvisamente, Roma è la città con più verde al mondo. Ma dov’è questo verde? Intanto, perché il nuovo Prg adottato nel 2003 si astiene dal confermare esplicitamente la totale destinazione a verde pubblico stabilita per tutto il Parco dell’Appia Antica dal Prg del 1962 e confermata dalle successive varianti generali? Sa, Sindaco, che di quei circa 2.500 ettari destinati a verde pubblico ne rimarranno tali sì e no la metà?
Fra i punti qualificanti del nuovo assetto urbanistico Lei pone giustamente la qualità architettonica, ma perché ricorrere al confronto fra le opere del primo mezzo secolo del dopoguerra e quelle più recenti, limitando le prime alla Rinascente e al Palazzo dello Sport ed esaltando in modo indiscriminato le seconde? Appare lacunoso e ingeneroso non ricordare fra le prime, ad esempio, anche l’edificio di testa della stazione Termini (di Montuori e Vitellozzi), lo Stadio Olimpico e il Palazzetto dello Sport (di Vitellozzi), il ponte Nenni, i propilei dell’Eur e il parcheggio di Villa Borghese (di Moretti), la Moschea (di Portoghesi), la chiesa di Tor Bella Monaca (di Spadolini), per non parlare di tante altre chiese, e, perché no, anche l’ambasciata di Gran Bretagna (di Sir Basil Spence)?
Circa poi le opere recenti citate nell’intervista, nulla da dire sull’efficienza complessiva dell’Auditorium, ma sulla qualità architettonica è meglio sorvolare. Così come sulla chiesa di Meier e, ancor più, sull’Ara Pacis, intervento sciagurato. Giacché poi accenna al «quartiere a sostenibilità ambientale» di Rogers ad Acilia, perché non ricordare l’architettura espressa a livello urbanistico dagli innumerevoli quartieri di edilizia pubblica progettati dal dopoguerra da insigni architetti, dal Tiburtino al Tuscolano, dal Villaggio Olimpico, a Decima e a Spinaceto? Forse temeva di dover ricordare anche Corviale?
Apprendiamo poi che, come era prevedibile, le nuvole del futuro palazzo dei congressi di Fuksas seguiteranno a rimanere in cielo. Perché non approfittarne per farle scendere su un’area meno angusta e infelice, come il vicino Castellaccio, dove potrebbe nascere un centro congressuale dotato di tutte le opere complementari richieste oggi per questo impianto, che diverrebbe così assai più funzionale ed attrattivo?
Lascio per ultimo il Piano Regolatore, circa il quale la mia lunga esperienza mi consente di dubitare che si sia in dirittura d’arrivo. Comunque, questo strumento sembra non servire più (almeno con gli attuali contenuti), se non per variarlo continuamente, in occasione di ogni intervento attuativo. Sono infatti in corso o in avvio operazioni per qualche milione di metri cubi, in difformità agli strumenti urbanistici vigenti, variati con una episodicità che è la negazione della pianificazione, a cominciare dallo scempio in corso in piazza dei Navigatori.
Mi permetto infine di accennare ad alcuni problemi ai quali l’intervista sembra sfuggire, ma che verranno presto al pettine. Il primo, le cui conseguenze avranno un impatto diretto e immediato sui cittadini, è lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Dove finiranno il giorno, ormai prossimo, in cui si dovrà chiudere per saturazione la discarica di Malagrotta? Tutte le proposte per realizzare impianti seri di smaltimento, presenti ormai in tutte le città civili e in aree piuttosto centrali, sono state finora sistematicamente respinte. In tema di inquinamento, viste le difficoltà di ridurre quello prodotto dai veicoli a motore, perché non si incentiva lo sviluppo degli impianti di riscaldamento meno inquinanti?
I problemi aperti sarebbero ancora molti, come quelli relativi all’integrazione della popolazione immigrata, a cominciare dalla casa; le grandi infrastrutture stradali; il risparmio energetico attraverso la diffusione dei pannelli solari e fotovoltaici; la disciplina delle antenne tv e degli apparecchi di condizionamento posti sui fronti degli edifici, le pavimentazioni stradali, lo stato dei mezzi di trasporto pubblico, eccetera.
Mi perdoni questo cahier des doléances, ma mi auguro che la Sua nota sensibilità ed il Suo impegno colgano, prima che gli aspetti critici, un invito sincero a frenare l’eccessiva autoesaltazione, pur comprensibile per i compiti faticosi affrontati, e, soprattutto, a non dare la sensazione di aver terminato l’opera ma, piuttosto, a proporre e programmare quanto sarà necessario fare ancora per il futuro, consapevole che nessun risultato sarà mai definitivo.