LE URLA PACCHIANE DEL WRESTLING

Don't try it at home, ovvero: «Non provarlo a casa». A questa scritta in sovrimpressione, letta anche dai telecronisti Giacomo «Ciccio» Valenti e Christian Recalcati, è affidata l'unica presa di distanza una tantum nei confronti del wrestling, autentico fenomeno sportivo di costume ora approdato alla ribalta televisiva di prima serata (Smack Down, lunedì su Italia Uno, ore 21) dopo un lungo apprendistato in orari meno agevoli. Basterà questo saltuario ammonimento a tener lontani dalle tentazioni imitative della violenza i bambini grandi e piccini come temono le associazioni dei genitori? No che non servirà, ovviamente, anche se va detto che i bambini, grandi e piccini, hanno sempre svariate occasioni nella vita per imitare il peggio che si para davanti ai loro occhi e qui non si fa altro che offrirgliene un’occasione in più tra le tante. Dal punto di vista del «fenomeno di costume», il wrestling è solo l'ultimo esempio di una mania che rimbalza dagli Usa con qualche lustro di ritardo e che attecchisce in forma eclatante. Nel caso specifico, tra le americanate di importazione, la «wrestlingmania» ha una marcia in più sotto l'aspetto della pacchianeria e forse per questo ha catturato l'attenzione di quanti sono attratti da tutto ciò che è estremo anche nel campo dello spettacolo sportivo. Tutto è volutamente sopra le righe, nel wrestling: il fisico degli atleti, le loro mascherate circensi, la recita collettiva, la suddivisione scenarialmente manichea tra campioni «buoni» e «cattivi», l'evidente taroccatura dei combattimenti e persino del loro esito, deciso a tavolino. Dal punto di vista più prettamente televisivo va rilevata la tipologia molto grezza e deludente dell’insieme: modesta la telecronaca, sfiancante per monotonia di toni (per lo più urlati) con qualche malriuscito tentativo di imitare lo stile della Gialappa's; altrettanto povero l'impianto registico che non si concede sufficiente varietà nelle inquadrature né alcuna licenza sul piano del movimento o della personalità. Ne consegue uno spettacolo televisivamente piatto, ripetitivo fino all’esasperazione anche al di là delle colpe della materia prima, cioè di uno sport (ammesso che sia lecito chiamarlo così) che punta tutto su una ritualità a tinte forti ma priva di autentico fascino e di qualunque riflesso di bellezza, tecnica o agonistica. Ci sono competizioni sportive, come il pugilato, dove la violenza è in parte riscattata e persino sublimata dal bagliore di colpi portati con classe, da movenze stilisticamente pregevoli e dalla sofferenza di chi i pugni li dà e li riceve. Nel wrestling ci si diverte a recitare la violenza, a metterla in ridicolo senza il rispetto dovutole. Come se non fosse una cosa tremendamente seria.

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