Usa alle urne, democratici sempre in vantaggio

Una ventina i collegi indecisi. Il partito dei Clinton punta a conquistarne 14

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

La domanda standard è per chi «voteranno» gli americani. Ma è superata: molti hanno già votato, approfittando di nuove tecnologie e nuovi regolamenti. Il che complica i calcoli e, forse, inietta qualche speranza nello stato d’animo, combattivo ma depresso, dei repubblicani. A causa fra l’altro di una differenza «culturale»: la maggioranza dei repubblicani vive nei suburbia ed è tecnologicamente più avanzata, mentre buona parte dell’elettorato democratico è nei quartieri vecchi delle città, in condizioni economiche più disagiate e dunque con abitudini più antiquate. Potrebbe essere una differenza decisiva, soprattutto se fosse in controtendenza ai sondaggi che hanno confermato fino all’ultimo l’avanzata dei democratici in termini di voti popolari, con una significativa distinzione. Fra tutti gli elettori il vantaggio del partito di opposizione è (gli ultimi dati sono di Newsweek) del 16% (54 contro 38%), ma se si tiene conto solo dei «probabili votanti» esso si dimezza: 51% intendono votare democratico, 45% repubblicano. Questo perché, come sempre, i simpatizzanti del partito di Bush vanno a votare più numerosi che non i sostenitori della concorrenza. Will Rogers ci scherzava sopra già negli anni Trenta: «Io non appartengo a nessuna forza politica organizzata: sono democratico». A ciò si aggiunga la migliore organizzazione raggiunta negli ultimi anni sotto la regia del «mago» Karl Rove, i cui «poteri» verranno messi domani a dura prova. Il dato che conta, naturalmente, sono i seggi e, come si sa da tempo, molti di questi non sono in realtà competitivi, per cui in realtà il «terreno di caccia» dell’opposizione è limitato: su 435 collegi elettorali alla Camera, i repubblicani dovrebbero contare su 192 seggi sicuri e i democratici su 189. Veramente in palio sono dunque 54 in tutto, di cui il partito di Bush «può» perderne non più di 14. In sostanza ci sono una ventina di seggi «indecisi» e i democratici sono davanti in 14. In sostanza, entrano favoriti alle urne.
Al Senato le prospettive sono migliori per i repubblicani: 33 seggi sono in palio domani su un totale di 100. I repubblicani continueranno a controllarne almeno 47 e i democratici 40. Dei 13 rimanenti in 2 i repubblicani sembrano in testa e i democratici in 8. Tutto si riduce dunque a 3 dove i candidati sono in parità: il Missouri, il Montana e la Virginia, ma i democratici dovrebbero conquistarli tutti e tre perché in caso di pareggio decide il voto del vicepresidente Cheney. Va inoltre considerato che il senatore Lieberman, sicuro della rielezione nel Connecticut, è democratico ma è stato ripudiato dal suo partito perché appoggia la guerra in Irak e si presenta dunque come indipendente. È dunque molto difficile che al Senato ci sia un ribaltone, ma in questo caso Bush incontrerebbe gravi ostacoli per l’Irak, perché la presidenza della Commissione difesa passerebbe al senatore Bird, reciso avversario della guerra. Ancora più marcato lo spostamento alla Camera, dove il nuovo speaker diventerebbe Nancy Pelosi, appartenente all’estrema sinistra del Partito democratico e la presidenza della Commissione difesa al deputato Obey, fra i pochi a votare contro l’impresa irachena fin dal primo giorno. Come si vede, tutto continua a girare attorno all’Irak, unico «motore» della crescita democratica. Sugli altri temi, a cominciare dall’economia, il partito di Bush non avrebbe difficoltà a confermare la propria maggioranza.