Gli Usa attirano ancora i capitali stranieri

Nel terzo trimestre il deficit delle partite correnti è salito a 225 miliardi di dollari

da Milano

Non c’è traccia di fuga dal dollaro nel dato di ieri sul deficit delle partite correnti Usa (la bilancia commerciale allargata ai servizi e ai flussi di capitale), salito nel terzo trimestre alla cifra record di 225,6 miliardi di dollari, il 3,9% in più rispetto al periodo aprile-giugno. Gli asset a stelle e strisce continuano infatti a esercitare una notevole attrattiva, nonostante il deprezzamento subìto dalla moneta americana, che nei confronti dell’euro si è svalutata di circa il 20% dall’inizio dell’anno, e il progressivo ridursi della forbice tra i tassi statunitensi e quelli europei: alla fine di settembre, gli investitori internazionali possedevano oltre 400 miliardi di dollari tra titoli e obbligazioni Usa contro i 364 miliardi del secondo trimestre, anche grazie agli acquisti di bond governativi e aziendali per 116,4 miliardi effettuati nel periodo.
A una prima analisi, il dato dovrebbe essere di conforto per il dollaro (l’euro si è non a caso indebolito ieri fino a scendere a quota 1,3050). Resta però da verificare fino a che punto il dato del terzo trimestre sia ancora attuale. Proprio negli ultimi mesi, il continuo svalutarsi della moneta Usa ha fatto uscire allo scoperto le banche centrali di molti Paesi asiatici (Cina in testa), oltre alla Russia e ai Paesi petroliferi dell’Opec che, lamentando le ingenti perdite accusate proprio in seguito al calo del dollaro, hanno manifestato l’intenzione di accelerare il processo di diversificazione delle proprie riserve valutarie. Contribuendo peraltro a indebolire ulteriormente il biglietto americano. Una reazione che dovrebbe indurre i Paesi in questione a muovere con estrema accortezza le pedine sullo scacchiere valutario. Soprattutto la Cina, la cui prima preoccupazione è quella di evitare un apprezzamento dello yuan, pericoloso per l’export.
L’andamento della bilancia delle partite correnti del quarto trimestre sarà quindi la cartina di tornasole per verificare se la disaffezione verso gli asset americani è un fenomeno reale, con cui si sarà costretti a fare i conti. Se così fosse, il problema della sostenibilità di un disavanzo di tali proporzioni (ben 874,5 miliardi per l’intero 2006, secondo le proiezioni), sollevato in passato più volte dall’allora presidente della Federal reserve, Alan Greenspan, e dai principali organismi internazionali, tornerebbe di stretta attualità. E, dunque, anche lo scenario poco rassicurante in cui i tassi riprendono a salire, la Borsa va in affanno e aumentano i rischi di recessione. È un quadro estremo, certo. Ma i sempre più rapidi cambiamenti a livello globale non consentono, oggi più che in passato, di poterlo escludere a priori.