Gli Usa bocciano l'americano

Un leader politico locale che si presenti come nazionale, e che pretenda di risolvere la situazione delicata, quasi disperata, di un Paese alleato, quasi scivolato sulla buccia classica di banana, viene esaminato con lente di ingrandimento dai politici e dai media americani. Altro che sindaco popstar, il Colosseo illuminato, Anna Magnani e Nicole Kidman. Il leader politico di un partito, soprattutto che si chiami democratico, bisogna che le elezioni primarie se le guadagni, sudando lacrime e sangue, non figurine e filmetti. Per guadagnarsele deve avere concorrenti, e di valore, sfidarli e vincere, non godere senza obiettare dei messaggi mafiosi di chi, come il segretario dei Ds, Piero Fassino, invita gli altri a rinunciare.
Infine, un leader politico, sia pur eletto a capo di un neonato partito democratico, che sia stato per metà della propria vita politica dirigente del partito comunista italiano, che abbia conservato almeno fino a poco tempo fa il ritratto degnissimo di Enrico Berlinguer, il Maestro per il quale gli Usa erano l'Impero del Male, va preso con le molle da qualunque aspirante alle presidenziali del partito democratico americano, perché qualcuno che lo scrive si trova sempre, e i danni sono irreparabili. Basta un'associazione ebraica che ricordi che anche lui dice «Palestina», quando parla dei Territori. Basta scrivere che è stato direttore dell'Unità. Altro che l'abbraccio di Hillary prossimo venturo. Hillary, Obama e tutti gli altri hanno da pensare a vincere nel 2008, e non ne sono affatto sicuri.
Last but not least, l'amicizia con Bob Kennedy e i suoi rampolli non troppo ben riusciti nella vita. Bene, dai verbaloni della Cia appena declassified, resi noti, risulta quel che anche le pietre sapevano. Dalla sua poltrona di ministro della Giustizia, Bobby Kennedy violò ripetutamente la legge americana facendo un uso illegale e avventuriero del servizio segreto. Non solo partecipò a un complotto per assassinare Fidel Castro con l'aiuto della mafia italoamericana, ma fece anche spiare giornalisti, e interferì nelle battaglie politiche tra due massimi dirigenti sindacali dell'epoca. Grandi miti impallidiscono, per fortuna, e l'ultimo Kennedy in servizio politico quasi effettivo, Edward, detto Ted, è meglio lasciarlo perdere.
Anche per queste considerazioni, banali ma non superflue, su Walter l'americano, la fotografia sul New York Times di martedì non era di quelle che fungono di buon auspicio. Ma come, il sindaco amico di Robert De Niro e di Tom Cruise, quello che racconta sia pur con pudore alcune confidenze di Hillary Clinton, l'ex comunista che mai fu comunista, e che sa tutto di clarinetto, Nba e strade della California, proprio alla vigilia dell'intronazione, e proprio sul giornale super democratico che dovrebbe acclamarlo, viene dipinto come cittadino numero 1 di una città prigioniera di immondizia e ubriaconi, una capitale sull'orlo di una crisi di nervi, pronta a perdere il suo cuore storico e pure la sua anima? È che, qualunque cosa più facile e più ostile si scelga di credere e di scrivere, l'informazione Usa funziona meglio, e se c'è una bella foto, casualmente scattata da un giornalista del Corriere della Sera, che racconta con efficacia un luogo che andrebbe rispettato e invece viene ogni notte devastato, se c'è un'inchiestina, magari montata alla bell'e meglio con le opinioni indignate di tre quattro persone che raccontano che non se ne può più, che per gli abitanti di Trastevere e di altri quartieri è inutile rivolgersi al loro sindaco, allora quell'articolo si pubblica, in qualunque giorno. Spiegando che Rome by night è tutta un rumore e una molestia, di ubriachi e pseudo musica, che la distruzione del suo tessuto originale la renderà entro pochi anni una città come qualunque altra, pub e ristoranti, che gli abitanti fuggono dal centro, e che qualche giorno fa hanno inscenato una manifestazione rimasta senza risposta, nel corso della quale hanno steso panni bianchi col nome del sindaco, Walter Veltroni. Giusto lui, al quale nessun giornalista italiano, Giornale a parte, ha ritenuto di chiedere conto degli incidenti alla stazione Tiburtina, cento persone che bloccavano l'intero traffico verso il sud, mentre lui, il sindaco, inaugurava un treno a Ostia. Ma va’!
Anche un anno fa, al Roma Cine festivalone, gli articoli del Times erano ugualmente equilibrati. Come questo, che citiamo a memoria. In parecchi pensano che la devozione alla cultura di mister Veltroni si sviluppi a spese di questioni più pressanti: il traffico intollerabile, l'inquinamento atmosferico, una periferia squallida, il flusso continuo di immigranti illegali, e la manutenzione dei monumenti della città, per citare solo alcune delle contestazioni. Per il professor Franco Pavoncello, della John Cabot University, «il suo stile è certamente piacevole perché non è tipicamente aggressivo come i politici italiani, ma presta attenzione soverchia ad alcune cose e pochissima ad altre». Da oggi non potrà più permetterselo.