Usa, c’è una nuova setta: i «locàvori»

Il nuovo sogno americano? È l’orto di Barbara Kingsolver. Metà sfida e metà favola. Oleografico, suggestivo. Anche un grande affare, inevitabilmente. L’eco-business dell’autosufficienza alimentare della famiglia americana. Con risvolti anarco-reazionari come la nascita in internet di movimenti di «locavori», mangiatori del cibo coltivato nel proprio orto, che affollano il sito di Barbara. Insomma, più che un libro un fenomeno, Animal, Vegetable, Miracle (HarperCollins) che scala le classifiche delle vendite, fa discutere l’America ed è diventato il manifesto di una «cucina di vita» in fuga dalle metropoli: nel caso della Kingsolver da Tucson, Arizona, per ricongiungersi alle sane tradizioni agricole della fattoria di famiglia del marito, Steven Hopp, studioso di scienze dell’ambiente, negli Appalachi meridionali, Kentucky.
In fondo però la ripetizione in un diverso millennio dell’esperimento umano, economico, letterario, filosofico, scientifico raccontato in Walden, ovvero Vita nei boschi, da Henry David Thoreau, trascendentalista discepolo di Ralph Waldo Emerson, che nel luglio 1845 lasciò Concord, Massachusetts, per trascorrere due anni in una capanna di legno costruita con le proprie mani nelle foreste del vicino lago di Walden. Thoreau, come la Kinsolver, tenne un diario con liste della spesa e conti da fattore per i materiali della capanna e la coltivazione del campo di fagioli che dà il titolo a un intero capitolo. Anche lui, come Barbara, volle dimostrare che si può vivere ed essere felici di poco e con poco. E come la Kingsolver, autrice di bestseller a partire guarda caso da L’albero dei fagioli, così Thoreau intendeva la manualità come parte della poesia ed economia della vita.
La differenza è che Barbara ha coinvolto nell’esperimento tutta la famiglia, i cui volti appaiono nel sito www.animalvegetablemiracle.org mentre colgono le zucche, accudiscono gli agnellini, zappano l’orto. «Questa - scrive la Kingsolver - è la storia di un anno nel quale abbiamo fatto ogni sforzo per nutrirci di animali e vegetali dei quali conoscevamo la provenienza, e di come la nostra famiglia è cambiata in quel primo anno di deliberato consumo del cibo prodotto nel posto in cui lavoravamo, andavamo a scuola, simpatizzavamo con i vicini, bevevamo l’acqua e respiravamo l’aria». Oltre a lei e Steve, c’è la figlia diciannovenne Camille, a cui si devono le ricette che arricchiscono il volume, manuale pratico ma anche poetico e filosofico per «locavori». Una setta sempre più folta.
Dopo venticinque anni a Tucson, la città del deserto in Arizona, gli Hopp si sono mossi verso la Terra promessa, «dove l’acqua cade dal cielo e tutt’intorno cresce il verde... Stavamo - continua Barbara - per cominciare l’avventura di riallineare le nostre vite alla nostra catena alimentare». Prima fermata, un fast food. Ma da quel pasto in poi, l’unica eccezione nella «cucina di vita» appalachiana è stata la pizza speziata del venerdì. Le foto sul sito illustrano la sacra famiglia con ceste di frutta e verdure assorbita nell’osservazione dell’«arte dimenticata del sesso dei tacchini», a frugare nella terra per estrarre le primizie. Steve, intanto, coglie cavoli e registra il canto degli uccelli. Il modello contrapposto è l’economia urbana adulterata e televisiva, pulita, di cellophane, ma tossica per il corpo e la mente.
La guida letteraria ortofrutticola dei Kingsolver-Hopp tocca anche il mito tutto anglosassone della bucolica Toscana. Tra la val d’Orcia e gli Appalachi c’è Giotto di meno. Ma l’apologia della natura mai progredita o regredita rispetto all’apice della civiltà rinascimentale, diventa pietra di paragone per i lontani emuli di Thoreau, che nell’ultima parte del libro si dedicano a una trasferta in Toscana. «Noi non abbiamo cittadine medievali arroccate sulle colline - scrive Barbara - ma una decorazione stagionale bucolica, e non dobbiamo aver paura di usarla». Quale? Zucche e spighe di grano che rallegrano, se non abbelliscono, Pleasanteville, la San Gimignano del Kentucky. Una beatitudine alla quale non è estranea la consapevolezza di fare economia (e macinare al tempo stesso diritti d’autore milionari), che allarga il sorriso sui volti di Barbara, Steve, Camille e della piccola Lily, 9 anni. Steve, dal canto suo, approfitta per spiegare che gli americani «mettono in frigorifero la stessa quantità di carburante che mettono nelle loro automobili». Già. Consumano 400 galloni di benzina l’anno a testa per l’agricoltura attraverso fertilizzanti sintetici, pesticidi ed erbicidi. La coltivazione in proprio dal seme alla messe consentirebbe, invece, di ridurre a un quinto la contaminazione «petrolifera». «Ho letto Thoreau da adolescente - ricorda Barbara -. Sono stata conquistata dalla sua cura dei dettagli riguardo ai luoghi: le sementi, gli alberi, il comportamento degli scoiattoli, e come tutto questo gli desse felicità e salute anche se viveva in una capanna e possedeva solo una sedia». Nulla accalora di più Barbara della vista dell’orto, e nulla ne riempie lo spirito e lo stomaco come un piatto di lasagne dei «suoi» asparagi o un pesto di pomodori essiccati. Un po’ come Thoreau, che si commoveva pensando ai suoi fagioli, «impazienti di essere zappati».