Usa, così il Tea Party si ribella a Obama

Ecco il manifesto conservatore: no tasse e meno Stato. Il Tea Party si ribella a Obama con la Costituzione alla mano

Washington - Non aveva mai fatto politica, ma nel febbraio del 2009, Mary Rakovich - licenziata da una catena di montaggio - era scesa in piazza per protestare contro il presidente Barak Obama. E quando un giornalista televisivo le chiese cosa volesse, vincendo la timidezza rispose che il governo doveva smettere di sperperare miliardi. Nacque così, con quel semplice slogan ripetuto in altri stati da migliaia di americani, il movimento sociale che sarebbe sfociato in quel Tea Party che sta cambiando l’equilibrio bipartitico americano - contrastando l’obamiano «Yes we can» ma anche rifiutando di schierarsi col partito repubblicano.

L’incredibile storia del Tea Party è descritta adesso nel saggio intitolato Give us liberty - A Tea party manifesto (edito dalla William Morrow), scritto da Matt Kibbe, presidente di «Freedomworks» - uno dei rami più attivi del movimento - insieme a Dick Armey, leader della maggioranza repubblicana del Congresso negli anni Novanta.
«Siamo un movimento sociale fatto di idee e non di leader», scrivono gli autori. Un movimento che si ispira alla rivolta del tè del 1773 - fu il culmine delle proteste contro le tasse senza rappresentanza, imposte da Londra alle colonie- e che, oggi, invoca una nuova rivoluzione contro tutto l’establishment di Washington.

«Il Tea party è nato da una tempesta perfetta», scrive Armey, «Dalla confluenza delle fallite promesse repubblicane e l’agenda dei democratici, che vogliono ridistribuire i beni contro il volere della maggioranza. E poi ci aiuta la tecnologia, che ci ha permesso di organizzarci dalle nostre case». Ed è un dato di fatto che milioni di americani si sono uniti in un «mercato virtuale» - tra Facebook e gli IPod - per fare del Tea Party quello che Armey definisce come uno «splendido caos».

«Il premio Nobel per l’economia F. A. Hayek ci ha descritto come un ordine spontaneo che ha già dimostrato di avere un grande peso politico nel giorno della marcia anti-tasse, quando un milione di americani erano accorsi a Washington». scrivono gli autori che nell’ultima parte del libro delineano i passi necessari per organizzare una sede locale del partito. Accusati di essere razzisti, i seguaci del Tea Party hanno invece, secondo il saggio, un volto molto meno estremista e populista: «Confondiamo i democratici perché non solo non abbiamo un miliardario come il loro George Soros, che da dietro le quinte ci muova come una marionetta, ma anche perché abbiamo un identikit estremamente frammentario».

Come sopravvive, senza un leader carismatico, questo movimento che si definisce rivoluzionario? «Washington non riesce ad immaginarsi un partito senza un leader, riunito attorno a dei principi da difendere». Principi che s’ispirano alla Costituzione, alla libertà dell’individuo e ad un nuovo «Contratto con l’America», che promette una politica fiscale corretta, limiti nelle spese pubbliche e una riforma sanitaria contraria all’ «Obamacare».

«Non c’è posto per un terzo partito nelle elezioni USA», scrive Armey. «Ricordate Ross Perot? Aveva speso 100 milioni di dollari per ottenere il 19% dei voti. Invece noi voteremo per chiunque voglia difendare i nostri principi».

Che nel saggio vengono delineati con grande semplicità. Dopotutto, se la riforma sanitaria di Obama è lunga 2mila pagine, se la Costituzione dell’Unione europea è di quattrocento, quella dei Padri Fondatori ne occupava solo quattro. Che il Tea Party vuole proteggere, a tutti i costi.