Usa, crac di un'altra banca: la Fed la salva

Dopo il caso di Countrywide Financial, l’America ancora alle prese con i problemi del credito. Sommersa dai rimborsi, Bear Stearns denuncia una grave crisi di liquidità: l’istituto centrale interviene con 4-7 miliardi. Il gruppo in difficoltà potrebbe essere rilevato da JP Morgan

Milano - Ha bussato alla porta della Federal Reserve. Per chiedere aiuto, ricevere un pronto soccorso reso necessario dal fiume di rimborsi sollecitati «da clienti creditori e controparti». E la Fed l’ha salvata. Piegata da una drammatica quanto repentina crisi di liquidità, Bear Stearns, una delle banche d’investimento Usa più esposte al virus dei mutui subprime (due suoi fondi erano già arrivati al capolinea l’estate scorsa), si vedrà staccare dall’istituto centrale guidato da Ben Bernanke un assegno compreso tra i 4 e i 7 miliardi di dollari. L’ammontare dipenderà infatti dai titoli in garanzia che Bear Sterns riuscirà a portare sotto forma di collaterali per il credito, ovvero i crediti cartolarizzati più rischiosi.

La somma è importante, ed è sintomo di una situazione di assoluta emergenza. La misura, che prevede JP Morgan nel ruolo di banca depositaria per il salvataggio, è stata presa di concerto con il Tesoro Usa e la Sec (l’omologa della nostra Consob) e decisa dal board della Fed con l’utilizzo di una clausola impiegata ai tempi della Grande Depressione per proteggere gli istituti privi di depositi bancari. Un ricorso storico da brividi. I mercati, infatti, non l’hanno presa bene: l’euro ha dato un’altra spallata al dollaro, sfiorando quota 1,57 (il biglietto verde è anche sceso sotto i 99 yen e sotto la parità nei confronti del franco svizzero) nonostante le parole di Bush a favore di una moneta Usa forte; in chiusura, i titoli Bear Stearns sono collassati del 47%; a Wall Street le lancette del Dow Jones si sono fermate sotto i 12mila punti (meno 1,6%) e il Nasdaq ha perso il 2,2%; più contenute le perdite in l’Europa, con Milano scesa di circa l’1%.

Bush ha rinnovato la propria fiducia a Bernanke, chiamato martedì prossimo a rispondere alle attese dei mercati, dove stanno crescendo le scommesse legate a un taglio dei tassi di un punto percentuale (28% di probabilità), mentre la riduzione dello 0,75% viene data per scontata. Nonostante le ripetute sforbiciate al costo del denaro, la strada del successore di Greenspan resta piena di insidie e la recessione dietro l’angolo, mentre monta l’onda di una sfiducia di cui Bear Stearns è solo l’ultima vittima.

Alan Schwartz, ad della banca, ha spiegato ieri che all’inizio della settimana l’istituto si trovava in buone condizioni di liquidità. Poi, le speculazioni sullo scarso cash nelle sue casse avrebbero indotto investitori, clienti e creditori - ha spiegato il numero uno della banca - a domandare il riscatto dei quattrini impegnati, innescando la carenza di liquidità.

Tamponate le falle grazie alla Fed, Schwartz sta ora cercando alternative per risolvere la situazione, senza escludere che la quarta banca statunitense possa finire all’asta. Con una capitalizzazione scesa a 5 miliardi di dollari e «coefficienti patrimoniali che restano buoni», l’istituto può essere una preda appetibile.

Anche per la stessa JP Morgan. Non particolarmente esposta al virus subprime, la banca potrebbe seguire l’esempio di Bank of America, che qualche mese fa ha acquisito Countrywide Financial. Considerata dagli analisti improbabile l’ipotesi che rimanga indipendente, in caso di mancato passaggio sotto l’ala di un compratore, a Bear Stearns resterebbe solo un’alternativa: la liquidazione.