Usa e Cina, falsi antagonisti legati allo stesso destino

La storia accelera sempre di più nel suo divenire e negli spostamenti geografici, che politicamente si trasformano in mutamento di costellazione di potenze. Cristoforo Colombo, Vasco De Gama e Magellano non si rendevano conto, nell’apice delle loro grandi navigazioni, fino a che punto i nuovi mondi, ma soprattutto, le vie per accedervi avrebbero rivoluzionato la nostra esperienza dell’universo. Questo processo ebbe un profondo significato religioso e di lotta di influenza e una incidenza economica più complessa di quanto i «semplificatori» politici di oggi vogliono far credere.
Ma la cosiddetta nuova geografia economica sposta radicalmente le prospettive. Sembra poter parafrasare la previsione (o, meglio, la constatazione) di Hegel, che la civiltà seguiva la direzione del cammino del sole. E così l’Asia diviene non solo luogo di scambio, bensì di produzione di beni, spostando verso Oriente il centro dell’universo economico.
Tutti parlano, oggi, di Cina, India, e, dopo dieci anni dalla crisi, di Tigri asiatiche, ma ai più l’enorme loro influenza sfugge. Bassi costi di lavoro con conseguente riduzione dei prezzi sono il primo impatto sull’osservatore, sul consumatore e sul produttore occidentale. Il numero di nuovi addetti così si presenta: 260 milioni di lavoratori «sovietici» al collasso del blocco comunista; 760 milioni di cinesi e 440 milioni di indiani. Dati impressionanti!
Ma l’interdipendenza e l’estensione dei mercati crea una conseguenza più incisiva e sottile. Si è notato che la mondializzazione ha reso assai più prolungato il periodo corrispondente ai classici calcoli del movimento ciclico, dei prezzi. L’inflazione, spada di Damocle per i mercati, sembra avere chinato la testa. Nonostante le Banche centrali restino forse esageratamente in allarme, la spirale dei prezzi non è in movimento. Questa è la forza calmierizzatrice dei mercati asiatici in un’epoca di globalizzazione. Anche se su tale tesi prevalente qualche studioso ha posto dubbi, essa può considerarsi accettabile. Durerà? Non è facile dare una risposta, finché non sarà agevole prevedere il futuro.
Le perplessità ci sono. Man mano che le economie asiatiche si elevano di livello qualitativo e tecnologico ed aumenta la gamma di prodotti sofisticati, queste divengono sempre più importatrici di prodotti energetici, in primis di petrolio, e di immense quantità di materie prime. Un aumento enorme dei costi.
Questo fenomeno, già notevolissimo, potrebbe «equilibrare» i mercati, ma rendere più «squilibrata» la dinamica dei prezzi. Oltre all’inevitabile conseguenza sul costo del lavoro. Il problema è di enorme importanza, anche senza avventurarci nel campo politico, ove una inaspettata alleanza finanziaria-monetaria tra Cina e Stati Uniti rende di difficile interpretazione un antagonismo che si presenta molto sovente come collaborativo.
In altre parole tutti e due gli imperi sono, e si rendono conto di essere, interdipendenti. Per la parte economica, recentemente Bernanke e Trichet hanno discusso con una ventina di governatori di banche centrali gli aspetti geografico-economici del problema, che è facilitato dal drastico crollo dei costi del trasporto e dalla straordinaria facilitazione, a prezzi irrisori, delle telecomunicazioni.
Dove, per tornare ad Hegel, tramonterà il sole? E quando?
*docente di Storia del pensierio sociologico ed economico,
Università Cattolica Milano