Usa e Inghilterra: pochi i ricorsi al secondo grado

da Milano

Anche se il Quirinale ieri ha espresso perplessità sulla legge che introduce la inappellabilità di una sentenza che assolve un imputato, nel mondo anglosassone l’istituto dell’appello non esiste. O meglio, esiste ma è molto poco utilizzato. Al giudizio d’appello si perviene non tanto per rivedere «in toto» quello di primo grado, quanto per porre rimedio a eventuali manchevolezze riconducibili alla categoria degli «errores in procedendo» e dell’errore di diritto in generale. In Inghilterra, di fatto, la «cross-examination» davanti alla «Crown Court», non viene quasi mai utilizzata. Si ricorre in prevalenza al patteggiamento e, in questo caso, l’appello non è consentito. Nei Paesi anglosassoni nel 64 per cento dei casi il giudice che ha emesso la sentenza di primo grado dichiara l’appello improponibile se ritenuto pretestuoso («frivolous») o di esito improbabile («unsafe»). Generalmente, soltanto il 10% delle sentenze pronunziate in primo grado dopo un contradditorio vengono impugnate. La proposizione dell’appello nel merito, il cosiddetto «real hearing», che si svolge con l’assunzione di nuove prove, è scoraggiata per vari motivi: primo, dal fatto che la condanna di primo grado è immediatamente esecutiva; poi, perché il giudizio di appello si può anche concludere con una pena più grave e spesso gli avvocati vi rinunciano. Inoltre perché il giudice può imporre anche notevoli oneri economici a carico dell’appellante. Tutti questi motivi fungono da deterrente.