Usa e Israele ai ferri corti per il pistacchio iraniano

Lo Stato ebraico è il maggiore consumatore pro capite al mondo, ma snobba il prodotto statunitense: quello «nemico» passa dalla Turchia

Fermi tutti, Teheran forse ha già vinto. E non ha neppure dovuto metter insieme la sua prima testata nucleare. Per dividere il fronte nemico, per sgominare l'agguerrita alleanza israelo-americana gli è bastato usare la saporita arma del pistacchio. Tutta colpa della gola degli israeliani. Tutta colpa di quell'irresistibile voglia di salato che ogni anno spinge il popolo eletto a sgranocchiare pistacchi per 20 milioni di dollari. Peccato che quei soldi finiscano tutti nelle tasche di chi giura di voler cancellare dalle carte geografiche lo Stato ebraico. Per scoprirlo è bastato dare un'occhiata alle etichette delle confezioni di pistacchi più vendute in Israele. Su tutte un'unica, menzognera scritta "Made in Turkey". A Washington nessuno se l'è bevuta. Al Dipartimento dell'Agricoltura americano lo sanno bene, i pistacchi turchi bastano appena a soddisfare il consumo casalingo e qualche limitata esportazione verso l'Europa.
Di fronte a quella smaccata falsificazione gli americani, principali concorrenti dell'Iran nella produzione mondiale di pistacchio, si son sentiti veramente presi in giro. Passi che Israele non si degni di comprare un solo chilo della produzione statunitense. Passi che se ne infischi alla grande degli accordi commerciali sottoscritti con l'alleato. Passi che contribuisca a finanziare le casse del nemico. Ma che pretenda anche di prenderci in giro, si son detti a Washington, è un po' troppo. E così dieci giorni fa l'ambasciatore statunitense in Israele Richard H. Jones ha preso carta e penna e ha spedito una stizzita lettera al ministro delle Finanze israeliano Ronnie Bar On, trasmettendola in copia anche al premier Ehud Olmert e ad altri due esponenti dell'esecutivo. Nella missiva l'ambasciatore va subito al sodo accusando gli alleati di commerciare con la Repubblica Islamica, contravvenendo a quelle stesse leggi israeliane che impediscono qualsiasi rapporto d'affari con una nazione nemica. «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla problematica questione delle importazioni illegali di pistacchi iraniani in Israele», attacca sua eccellenza l'ambasciatore Jones che, subito dopo, affonda il dito nella piaga denunciando senza troppi giri di parole il disinvolto comportamento degli alleati. «L'evidenza dei fatti dimostra inequivocabilmente che gran parte se non la totalità dei pistacchi entrati e consumati nel vostro Paese sono di produzione iraniana». Quel che veramente non va giù al solerte diplomatico è l'incomprensibile preferenza per il pistacchio nemico che spinge gli abitanti di Gerusalemme, Haifa e Tel Aviv a snobbare il salatino a stelle e strisce. «Israele è il più importante mercato mondiale per consumi individuali e garantisce agli esportatori consumi del valore di circa venti milioni di dollari all'anno, ma dei due più importanti produttori mondiali - Stati Uniti e Iran - solo noi - sostiene Jones - abbiamo libero accesso doganale in Israele garantito da accordi di libero commercio mentre i prodotti iraniani dovrebbero essere addirittura banditi».
Il complesso sistema di triangolazione utilizzato per far transitare ordinazioni e acquisti sulla piazza di Ankara, garantire l'etichettatura delle partite e il successivo trasferimento al porto di Haifa è l'altro aspetto dell'inconfessabile commercio che accende la rabbia americana. Per garantire ai propri cittadini l'approvvigionamento degli amati e saporiti pistacchi sia il governo, sia il Mossad, sia l'intelligence militare sembrano aver chiuso entrambi gli occhi. E se la gola basta a ridimensionare la paura del nucleare qualcuno a Washington incomincia veramente a preoccuparsi.