USA E ISRAELE Chi ha più bisogno dell’alleanza?

Ma dopo il fiasco in Irak e lo scontro con l’Iran ora c’è da chiedersi da quale parte stia il reale vantaggio

Due accademici americani, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, hanno trasformato un loro pamphlet anti-israeliano in un libro di 434 pagine, La Israel Lobby e la politica estera americana (Mondadori, pagg. 442, euro 18,50, traduzione di Luca Vanni e Paolo Canton), diluito in virulenza rispetto all’originale apparso nel marzo 2006 nella London Review of Books. I titoli dei capitoli danno un’idea chiara delle loro tesi: Israele è un ingrato debitore del suo alleato benefattore; è una risorsa o un peso morto per l’America?; come riesce la Israel lobby a dettare legge alla dirigenza statunitense impedendo il dibattito critico su Israele?; la responsabilità israeliana nello sviluppo del terrorismo e nel coinvolgimento dell’America in Irak e nel Libano; l’America deve cessare di trattare Israele come uno Stato speciale e mettere fine al conflitto palestinese...
COME UN NUOVO «PROTOCOLLO»
Il libro, che ricorda il libello antisemita dei Protocolli dei Savi di Sion in versione anti-israeliana invece che anti-ebraica, potrebbe essere usato - se gli israeliani avessero un maggior sense of humour - come lancio pubblicitario. D’altra parte dover rispondere a critiche malevole ma non sempre infondate non è un male. Solo i deboli - nessuno lo era più degli ebrei nel secolo passato, accusati di dominare il mondo dalle dittature che li hanno distrutti assieme all’Europa - hanno bisogno di lodi in politica. I Paesi forti e sani come Israele hanno bisogno del rispetto che si ottiene imparando la dura lezione di come distinguersi dal mal comportamento altrui. Comunque il libro conferma la definizione che Bassani dà dell’antisemitismo nel Giardino dei Finzi Contini: l’odio per gli ebrei visti come diversi aumenta quando essi diventano come gli altri. Gli autori del libro rimproverano in definitiva a Israele di agire come qualsiasi altro Stato in difesa dei propri interessi. Cosa che non viene rinfacciata agli arabi, con una punta di razzismo.
Il successo della lobby israeliana che opera come tante altre legalmente in America non è stato rapido o facile. Si è scontrata con l’antipatia e il sospetto di tutte le amministrazioni di Washington e ha dovuto ritagliarsi il proprio spazio contro potenti lobby arabe e del petrolio. Per due segretari di Stato - Marshall e Dulles - Israele non avrebbe dovuto esistere. Solo Kennedy nel 1962 parlò a Golda Meir di rapporti «speciali». Del resto, nonostante la presunta potenza della lobby ebraica - che gli autori spesso identificano con quella israeliana che all’epoca non esisteva -, Washington chiuse le frontiere agli ebrei europei durante la seconda guerra mondiale e si oppose con l’Inghilterra al bombardamento dei campi di sterminio nazisti. Truman riconobbe Israele nel 1948 per tema di essere preceduto dall’Urss e a tutt’oggi Gerusalemme è riconosciuta come capitale dallo Stato ebraico nonostante le domande del Congresso.
LA RACCOLTA DELLE PROVE
Per anni gli americani hanno chiesto a Israele «prove di utilità» (come la consegna agli Stati Uniti del Mig 21 che Israele era riuscito a trafugare dall’Irak con il suo pilota); solo nel 1970 Reagan dichiarò lo Stato «strategic asset» (valore strategico) in quanto unico alleato sicuro nel Medio Oriente nel quadro della Guerra fredda. Ci vollero dieci anni prima che Washington riconoscesse pubblicamente l’apporto israeliano alla vittoria nella prima guerra d’Irak e alla liberazione del Kuwait grazie alla distruzione (precedentemente condannata) della centrale atomica di Saddam Hussein nel 1981. A partire dal 1985 con molta discrezione crebbe l’interesse americano, non meno che quello israeliano, di introdurre Israele nella Strategic Defence (assieme a Germania e Inghilterra), il che permise ai marine di allenarsi - secondo quanto rivela Rabin - in 27 operazioni di sbarco combinate con le truppe israeliane. La fine della Guerra fredda strinse, invece che allentare, i legami fra Washington e Gerusalemme, nonostante forti screzi fra i due Paesi (l’affare di spionaggio Pollard, il veto americano all’esecuzione del contratto di forniture elettroniche alla Cina ecc.) perché vari fattori di interesse americano facilitarono l’azione della lobby israeliana.
Nel campo dell’intelligence (secondo il generale George Keegan) il contributo israeliano equivale a quello di cinque Cia; Israele ha permesso lo stoccaggio di materiale bellico per le forze armate americane che gli «alleati» arabi hanno rifiutato; a partire dal 1992 il porto di Haifa è un attracco per la flotta americana.
La cooperazione con Israele, dice l’ambasciatore Richard Jonas, è importante per gli Stati Uniti. Lo sviluppo del missile anti-missile Arrow che Washington ha parzialmente finanziato è uno dei maggiori risparmi realizzati dal Pentagono nello sviluppo di nuove armi e la tecnologia israeliana si è dimostrata «indispensabile» nella protezione delle truppe americane in Irak. Israele, disse il generale B.J. Craddock, capo dell’European Command, davanti alla Commissione del Congresso per le Forze armate, il 15 marzo scorso, è «un partner critico» per gli Stati Uniti.
TERRORISMO FUORI TEMPO MASSIMO
Curiosa è la tesi avanzata nel libro di Mearsheimer e Walt sulla responsabilità di Israele nello sviluppo del terrorismo arabo e della instabilità del Medio Oriente. Al Qaida si è manifestata in questo campo solo a partire dall’89, mentre il terrorismo arabo l’ha preceduta contro Israele, Algeria, Egitto, Giordania, Turchia. Quanto alle turbolenze geopolitiche create dall’emergere della sovranità ebraica nel Medio Oriente, non sono diverse, ma con meno tragiche conseguenze, delle turbolenze create in Europa dall’emergere dello stato nazionale unitario italiano o tedesco. Senza contare che l’eventuale scomparsa dello Stato d’Israele non metterebbe fine all’instabilità della regione in virtù dei conflitti storici che la dilaniano: sunniti contro sciti, kurdi contro turchi e iraniani; cristiani e musulmani in Libano; musulmani contro cristiani e animisti in Sudan; signori della guerra in Afghanistan e in Somalia, ecc.
OLTRE L’OCCIDENTE
Se la seconda guerra d’Irak è stata lanciata per il petrolio, la tesi che sia stata la lobby israeliana a spingere l’America in questo conflitto non sembra convincente. Israele non ha pianto come i palestinesi per la scomparsa di Saddam Hussein. Questa guerra si rivela più pericolosa per la sua sicurezza che la sua garanzia. Se il rapporto di Washington con Israele deve mutare perché è pericoloso per l’America mantenere con esso un legame «speciale», che dire di quello con l’Arabia Saudita e con la sua potente lobby nonostante il finanziamento della più estesa rete di antagonismo anti-americano e di terrorismo nel Medio Oriente?
C’è infine un aspetto dei rapporti fra Gerusalemme e Washington ignorato dal libro. La fine della Guerra fredda ha aperto allo Stato ebraico, per la prima volta nella sua breve storia, la possibilità di scegliersi i propri alleati extra occidentali, in particolare Russia e Cina. De Gaulle diceva che non esistono amicizie o alleanze permanenti fra gli Stati. Solo interessi permanenti. Dopo il fiasco americano in Irak, i tradimenti dell’Arabia Saudita, il raffreddamento dei rapporti con la Turchia e lo scontro con l’Iran, ci si può chiedere se è Israele ad avere più bisogno dell’America o viceversa.