Usa, il giudice ordina alla cheerleader di tifare per l’uomo che l’ha stuprata

La Corte suprema di Washington ha stabilito che la ragazzina di 16 anni dovrà pagare 45mila dollari di spese legali per essersi rifiutata di applaudire il nome del giocate che aveva abusato di lei

New York Condannata dal giudice a incitare e a fare il tifo per il suo stupratore sul campo di basket. E peggio la Corte suprema di Washington, ieri, rigettando il ricorso presentato dai genitori della studentessa violentata, ha stabilito che la cheerleader dovrà pagare 45 mila dollari di spese legali per essersi rifiutata di applaudire e gridare a squarciagola il nome del giocatare che aveva abusato di lei.
Gli americani la chiamano «junk justice», giustizia spazzatura. Ed è il verdetto, «vergognoso e incomprensibile» come da mesi scrivono i giornali americani, di una controversa sentenza della Corte d'appello federale di New Orleans.

I fatti: H.S., le iniziali di una studentessa di 16 anni ed ex cheerleader della Silsbee High School, liceo dell'omonima cittadina del Texas, nell'ottobre 2008 durante un party scolastico fu trascinata con la forza in una stanza da Rakheem Bolton da altri due ragazzi e stuprata. Rakheem però era la stella emergente dalla squadra di football della Silsbee High School ed anche uno dei migliori cestisti della squadra di basket dello stesso liceo. La ragazza denuncia subito la violenza ma passeranno due anni prima che inizi il processo per violenza carnale. I legali del giovane campione riescono a convincere il giudice e a ottenere il patteggiamento, cosa assai rara e difficile nei processi per stupro. Rakheem ammetterà le sue colpe, dicendo però che in quel party scorreva fiumi di alcool e che aveva mal interpretato le dolci e affettuose attenzioni della cheerlearder, credendo che la ragazza volesse avere un veloce rapporto sessuale con lui.

Il giudice gli crede in pieno e il giovane giocatore ottiene una sospensione condizionale della pena per due anni. È una condanna penale, che gli macchierà la fedina per il resto della sua vita, ma non deve scontare neppure un giorno di carcere: soltanto 250 ore di servizio socialmente utile. Fin qui, un verdetto alquanto discutibile e criticato da tutti i giornali del Texas.
Ma la beffa deve ancora arrivare per la vittima. Nel gennaio 2009, come in ogni partita di basket della Silsbee High School, la studentessa stuprata guida il gruppo delle cheerleader al palazzetto dello sport di Huntsville. Ma non fa il tifo per Rakheem. Atteggiamento che indispettisce il provveditore del distretto scolastico e il direttore del liceo, i quali intimano alla cheerleader di fare il tifo oppure di lasciare il palazzetto e andare a casa. «Non volevo pronunciare il suo nome, non volevo tifare per chi si è macchiato di un reato così ignobile», dirà la cheerleader al processo di appello.

I suoi genitori decidono di far causa al liceo e al provveditorato. Ma la Corte d'appello federale di New Orleans e ieri la Corte suprema, rigettando il ricorso, hanno dato ragione alla scuola, perché «la ragazza in quel momento, durante la partita, era la portavoce del Liceo e non di se stessa, quindi non aveva alcun diritto di starsene in silenzio».