Usa, un ictus fa tremare il partito democratico

Il senatore Tim Johnson, operato al cervello, è in condizioni critiche. Se morisse il sostituto sarebbe nominato dal governatore del Sud Dakota, che è repubblicano

da Washington

Sul filo del rasoio la vita di un uomo e, forse, il destino politico degli Stati Uniti. Protagonista e vittima uno dei senatori più giovani di Washington: Tim Johnson, anni 59, democratico, eletto nel South Dakota. Si preparava a concretizzare la svolta annunciata e compiuta dagli elettori il 7 novembre scorso con la riconquista da parte democratica del controllo di entrambi i rami del Congresso, dopo un decennio di dominio repubblicano.
E poi il più imprevisto fra gli imprevisti. Un ictus ha colto Johnson durante una chiacchierata telefonica con dei giornalisti. Il protagonista ha smesso di parlare, è uscito dalla sala colle sue gambe mormorando parole confuse. Subito all’ospedale, immediati diagnosi e intervento. Un’emorragia cerebrale causata da una malformazione arteriovenosa congenita, una malattia grave, rara, spesso letale. Il senatore si portava dentro dalla nascita dei vasi cerebrali «annodati» che improvvisamente hanno ceduto.
«Il decorso postoperatorio è senza complicazioni», dice l’ultimo bollettino; ma la diagnosi rimane riservata, non si sa se Johnson sia in coma, se sia stato scoperto un tumore, se sarà necessaria una seconda operazione. E in che mani sarà il Senato degli Stati Uniti a partire dai primi di gennaio. Perché la vittoria democratica, se lo ricordano tutti, è avvenuta sul filo del rasoio: 51 seggi contro 49 ai repubblicani. E secondo le regole parlamentari di Washington (o almeno quelle in vigore in 43 Stati su 50) se un senatore muore il suo successore non viene eletto in una nuova votazione ma designato dal governatore dello Stato che egli rappresenta. Tim Johnson è democratico ma il governatore del South Dakota, Michael Roundt, è repubblicano. E non ci sono dubbi sul fatto che nominerebbe a Washington un suo compagno di partito. Con la conseguenza che il 51 a 49 si trasformerebbe in un 50 a 50 che però negli Usa non è un pareggio perché in quel caso decide il vicepresidente degli Usa, che è Dick Cheney, ovviamente repubblicano. E non solo Cheney avrebbe il dovere e dunque il diritto di partecipare alle votazioni in tutti i casi di stallo, ma anche quello di sigillare quale partito avrà la maggioranza del nuovo Congresso e, di conseguenza, alla testa di tutte le commissioni senatoriali, che hanno molto più potere dell’assemblea plenaria.
Se il cuore o il cervello di Tim Johnson non reggeranno, dunque, George Bush recupererà il controllo di uno dei due rami del Congresso e, come minimo, si sentirà incoraggiato a perseguire la strategia che finora pare abbia scelto di guadagnare tempo e non lasciarsi spingere dall’opinione pubblica verso decisioni innovative, soprattutto a proposito dell’Irak. Ecco perché l’America politica è in queste ore tutta al suo capezzale, anche se non proprio tutta con i medesimi sentimenti, preghiere e voti. Naturalmente se Johnson guarirà non succederà nulla e i democratici prenderanno il timone. Non è, sulla base dei bollettini medici, l’ipotesi più probabile, però esiste. E introduce nuovi interrogativi. Anche se fosse avviato alla guarigione, il senatore del South Dakota non potrà evidentemente essere presente all’insediamento del nuovo Senato e dunque i voti democratici scenderanno da 51 a 50. Ancora uno in più dei rivali che potranno salire a 50 solo una volta che un repubblicano sarà designato. Ma Johnson potrebbe rimanere incapacitato e in questo caso fare due cose: o dimettersi e in pratica sarebbe come se fosse morto oppure rimanere in carica anche senza metter piede in assemblea. In questa eventualità egli potrebbe essere dichiarato decaduto dalla carica, ma ci vorrà in ogni caso tempo. E le implicazioni giuridiche non sono così chiare.
L’unico precedente riguarda proprio il South Dakota. Nel 1969 il senatore Karl Mundt, repubblicano, si ammalò gravemente e il suo successore doveva essere designato dal governatore che era democratico. Ma Mundt si dichiarò disposto a dimettersi ma a una condizione: che al suo posto venisse nominata sua moglie. Il governatore rifiutò e il senatore non si dimise. Anzi migliorò tanto da rimanere in carica per altri 4 anni.