Usa, con l’Iran arriva la «diplomazia dolce»

Per la prima volta in trent’anni oggi a Ginevra sono presenti allo stesso tavolo rappresentanti di primo piano dei due Stati. Ufficialmente si parla solo di nucleare, ma non sarà così

È l’ultima spiaggia del negoziato, ma per i più ottimisti, e tra questi non mancano gli insospettabili come Condoleezza Rice, può invece segnare l’inizio di una nuova era nelle relazioni tra Washington e Teheran.
Quello previsto per oggi a Ginevra è, in effetti, un vertice senza precedenti negli ultimi trent’anni. Il primo, dal 1979, con la partecipazione di esponenti statunitensi e iraniani del rango di Williams Burns, numero tre del dipartimento di Stato americano, e di Saed Jalili, caponegoziatore per le questioni nucleari di Teheran.
Formalmente l’incontro ha ben poco a vedere con i rapporti bilaterali Teheran-Washington. Il vertice convocato dal responsabile della politica estera europea Javier Solana e dai rappresentanti del cosiddetto 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania in qualità di negoziatore sul nucleare) serve a esaminare le risposte iraniane al pacchetto d’incentivi e alle proposte negoziali offerti in cambio di una sospensione delle attività arricchimento dell’uranio.
Se tutto dipendesse dalle risposte iraniane ci sarebbe poco da star allegri. Jalili, un fedele esecutore della volontà del presidente Mahmoud Ahmadinejad, e i più alti esponenti del regime di Teheran hanno già fatto capire di non voler fermare neppure per un attimo la produzione di combustibile nucleare. E le grandi manovre con lanci di missili e torpedo messe in scena la scorsa settimana sul nevralgico palcoscenico del golfo Persico non hanno contribuito a rasserenare l’atmosfera.
Il vero colpo di scena arriva però da Washington e porta la firma di Condoleezza Rice. La donna più vicina al presidente, uscita vittoriosa da un duro scontro con Dick Cheney e gli altri falchi dell’amministrazione, si è fatta protagonista di una nuova e ardita linea diplomatica che punta all’apertura di un ufficio di rappresentanza a Teheran, simile a quello in attività a Cuba, e alla ripresa dei voli di linea fra i due Paesi.
In questo contesto è facile capire che la presenza a Ginevra di William Burns, numero tre della diplomazia Usa e uomo di fiducia di Condoleezza, contribuisce a rimescolare le carte e a confondere in un unico scenario gli incentivi dei 5+1 al negoziato nucleare e l’ipotesi di nuovi e più distesi rapporti con Washington. Uno scenario che Teheran non disdegna e non sottovaluta. Il capo negoziatore iraniano Saed Jalili prima di volare in Svizzera dichiara, non a caso, di sperare in una svolta significativa. «Se affronteranno i negoziati con un approccio costruttivo ed eviteranno gli errori del passato - dice - vi sarà la possibilità di avviare negoziati buoni e costruttivi». E il ministro degli Esteri iraniano Manoucher Mottaki accenna apertamente alla possibilità di una svolta nelle relazioni con gli Stati Uniti. «Penso - dichiara da Istanbul il ministro - che si possano affrontare colloqui sia sull’apertura in Iran di una rappresentanza americana sia sulla ripresa dei voli tra i due Paesi».
Mentre Burns assisterà senza intervenire, come ha preannunciato, ai colloqui di Ginevra, gli altri protagonisti, Solana e Jalili in testa, dovranno trovare una soluzione interlocutoria capace di mantenere in piedi le trattative in attesa della nuova entente cordiale tra i due grandi nemici. L’unica passerella capace di non far precipitare i colloqui in attesa della svolta progettata dalla Rice potrebbe essere la sospensione delle sanzioni comminate dall’Onu in cambio di un provvisorio, ma contemporaneo blocco iraniano di tutte le attività di arricchimento dell’uranio. Una soluzione che a Ginevra hanno già battezzato con il nome di «reciproco congelamento».