Usa, la Miers delude Bush e rinuncia alla Corte Suprema

Coinvolte Siemens, Volvo e Daimler Chrysler

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Harriet Miers non sarà giudice della Corte Suprema. La Casa Bianca ha ritirato la sua candidatura, formalmente su richiesta dell’interessata, in base al galateo che regola certi passaggi difficili. In una lettera al presidente, la Miers lo ha pregato di «ritirare» il suo nome, evitando così l’appuntamento con il Senato previsto per il 7 novembre e il cui esito negativo appariva scontato. La motivazione sono i dubbi espressi da molti senatori e da gran parte dei commentatori politici sulla sua qualifica professionale. La Miers scrive di essere tuttora «convinta che la mia lunga carriera offra prova sufficiente per prendere in considerazione la mia nomina» e motiva la rinuncia con un altro, in realtà più grosso ostacolo: la diffusa impressione che la persona scelta sia troppo legata a Bush e a lui devota in una misura che sollecita dubbi sulla sua indipendenza alla Corte Suprema.
Questa campagna si è concretizzata nella richiesta alla Miers di informare i membri della Commissione senatoriale sulla giustizia i documenti che specificano il suo ruolo di consulente legale del presidente. Una pretesa che la Casa Bianca considera inaccettabile e il mancato giudice si è allineata. Nella sua lettera scrive che «gli sforzi per ottenere materiali e informazioni dalla branca esecutiva del potere rischiano di mettere in pericolo la sua sicurezza». In particolare c’era il timore che la Miers venisse interrogata sul suo ruolo in decisioni particolarmente delicate come il trattamento dei prigionieri di guerra in Irak, argomento su cui è in corso un duro scontro fra il Senato, che ha votato quasi all’unanimità una legge che proibisce ogni forma di tortura e la Casa Bianca che ha minacciato di apporre il proprio veto.
Su questo e altri punti la battaglia contro la donna scelta da Bush non è stata condotta dal Partito democratico di opposizione né dai circoli «liberali», bensì dai repubblicani e in particolare dai conservatori. Il presidente della commissione Giustizia, Arlen Specter, ha più volte citato i possibili «favoritismi» nei confronti di Bush come principale ostacolo a una conferma. Un punto su cui Bush è intervenuto personalmente nella sua breve dichiarazione di commento alla rinuncia: «La decisione di Harriet Miers dimostra il suo profondo rispetto per un aspetto essenziale della separazione costituzionale fra i poteri e conferma la mia profonda ammirazione per lei».
Proprio il contrario di quanto asserito da un altro senatore repubblicano, Trent Lott, che aveva definito poche ore prima la scelta «una cattiva idea» e aveva aggiunto: «Fra un mese nessuno si ricorderà chi è Harriet Miers».
Un linguaggio aspro, impensabile fino a poche settimane fa da esponenti dello stesso partito del presidente. Ma da qualche tempo è in corso nel Partito repubblicano, in particolare nella sua ala conservatrice, una specie di «rivolta», o almeno l’espressione del malcontento per importanti aspetti della politica di Bush, considerati inconciliabili con l’ideologia dei conservatori: in particolare la conduzione finanziaria con l’aumento continuo della spesa pubblica che non aggrava soltanto le casse dello Stato ma rafforza, temono i conservatori fedeli alla dottrina reaganiana, i poteri pubblici, andando così contromano alla predilezione dei conservatori per lo «Stato minimo».
Nel disaccordo ideologico c’è anche una preoccupazione pratica: la popolarità di Bush fra gli elettori è scesa ai minimi storici, non soltanto per questo presidente. Egli non ha più preoccupazioni elettorali, ma il suo partito sì, perché rischia nelle elezioni del 2006 di perdere il controllo dei due rami del Congresso.