Usa nel mirino di S&P: non è ancora escluso un altro declassamento

L’<em>outlook</em> di Standard and
Poor’s sull'America mostra che c’è una possibilità su
tre di un ulteriore <em>downgrade</em>

New York - Grazia la Francia e tira una nuova mazzata agli Stati Uniti. L’outlook di Standard and Poor’s sull'America mostra che c’è una possibilità su tre (all'incirca il 30 per cento) di un ulteriore downgrade, in un periodo di tempo che va dai prossimi sei mesi ai prossimi due anni. In una intervista alla Abc, il presidente della commissione rating di Standard and Poor’s, John Chambers, non ha infatti escluso che, dopo la decisio presa venerdì notte di declassare il rating del debito degli Stati Uniti, l'agenzia potrebbe sforbiciarlo di un altro punto. Tuttavia, David Beers non si aspetta un "grande impatto" sui mercati a causa di quello che definisce un "leggero" taglio.

Scambi di accuse con Washington In attesa della prova del nove - l'apertura dei mercati lunedì - quello che resta è lo scambio di accuse e la girandola di commenti dai quattro angoli del mondo. L'agenzia di rating ha difeso il proprio operato, puntando l'indice contro l'incapacità dell`amministrazione e del Congresso americano di lavorare in modo costruttivo sulle questioni fiscali (la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il braccio di ferro sull'innalzamento del tetto del debito, con il default evitato per un soffio). Casa Bianca e dipartimento al Tesoro hanno rispedito al mittente le accuse, la prima definendo il compromesso sul deficit "un passo necessario nella giusta direzione", mentre il secondo ha sollevato dubbi sulla "credibilità e l'integrità di S&P alla luce di una decisione non giustificabile in modo razionale e basata su un erore di calcolo da 2.000 miliardi di dollari" sull'andamento del debito americano nei prossimi dieci anni. Anche se la scelta di S&P non dovrebbe rappresentare uno shock per i mercati - l'investitore miliardario Warren Buffett è per esempio del parere che l`impatto "sarà solo limitato" - il downgrade ha immediatamente scatenato timori a livello globale sul suo possibile impatto sulla già travagliata economia globale.

La reazione dei governi asiatici Duro il monito della Cina, primo creditore degli Stati Uniti con investimenti in bond americani per 1.160 miliardi di dollari, secdeve "l'America deve venire a patti con il doloroso fatto che i bei vecchi tempi, quando poteva semplicemente uscire dai guai indebitandosi ulteriormente, sono finalmente passati". In generale, i governi asiatici hanno risposto con cautela al downgrade, in attesa di capire se la decisione di Standard & Poor’s minerà la fiducia già traballante degli investitori e ridurrà il valore dei loro ingenti investimenti in bond americani. Uno scenario possibile è che si moltiplichino ora le pressioni a trovare un’alternativa al dollaro come moneta di riserva globale, convincendo i Paesi asiatici a diversificare i propri investimenti.

La partita politica a Washington Barack Obama è ora il primo presidente durante il cui mandato gli Stati Uniti hanno perso la valutazione massima e, con essa, parte della loro credibilità davanti al resto del mondo. La prima potenza mondiale non è abbastanza affidabile e questo è un argomento su cui i suoi avversari politici non mancheranno di fare leva da qui alle presidenziali del 2012. Qualcuno ha già cominciato: questa decisione "è il risultato delle pessime scelte dell’amministrazione", ha detto l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, in cerca della nomination repubblicana per la Casa Bianca. Dello stesso tenore il commento del presidente della Camera John Boehner, secondo cui "questa è solo l’ultima conseguenza delle spese senza controllo che ci sono state a Washington per decenni. Si sono tradotte in un’incertezza economica in grado di distruggere posti di lavoro e che ora minaccia di avere effetti distruttivi sui mercati del credito".