Usa: ok alla Corea del Nord per vendere armi all’Etiopia

La deroga al regime comunista dell’Asse del Male ha consentito alle forze etiopiche di sconfiggere i fondamentalisti in Somalia

Washington - Per alcuni giorni del gennaio scorso le milizie integraliste somale ispirate da Al Qaida sono state sotto il tiro contemporaneo di armi americane e nord-coreane. Una combinazione che non solo non ha precedenti in assoluto, ma che rappresenta una contraddizione con i rapporti ufficiali fra i due Paesi, ufficialmente tesissimi. Il regime di Pyongyang è parte integrante dell’Asse del Male delineato in un famoso discorso di Bush subito dopo l’attacco terroristico contro le Torri Gemelle di Manhattan ed è da allora sottoposto a un embargo molto stretto, che evidentemente include gli armamenti che costituiscono fra l’altro pressoché l’unico articolo di esportazione nord-coreano.

Per oltre cinque anni il Paese asiatico ha capeggiato assieme all’Iran la lista delle nazioni rette da dittature che Washington intende abbattere, e lo proclama. A diverse riprese si è parlato di una possibile azione militare Usa nella forma di bombardamenti aerei sugli impianti nucleari in cui Pyongyang lavorava, o lavora, per dotarsi dell’arma atomica. Solo nelle ultime settimane si è delineata, anche se sottovoce, una qualche forma di distensione fra Corea del Nord e Stati Uniti, avversata peraltro da alcuni fra i più autorevoli strateghi «neoconservatori», a cominciare da John Bolton, vicesegretario di Stato e poi ambasciatore all’Onu.

E inconciliabili apparivano il progetto americano di «cambio di regime» e l’ambizione nord-coreana di trattative bilaterali (Washington e Pyongyang non hanno mai avuto rapporti diplomatici e truppe americane si trovano da oltre cinquant’anni nella Corea del Sud) che dovrebbero culminare nella stipulazione di un trattato di «non aggressione», che comporterebbe il riconoscimento e la rinuncia di Washington, appunto, al cambio di regime.

Solo da un paio di mesi si sono registrati sintomi di disgelo. Qualche colloquio bilaterale si è tenuto e si segnalano pure alcune visite di livello non elevato. L’ultima si è conclusa nelle ultime ore con la missione, autorizzata personalmente da Bush, di Bill Richardson, governatore del New Mexico e aspirante alla candidatura democratica per la Casa Bianca l’anno prossimo, accompagnato da Anthony Principi, che è stato membro della prima amministrazione Bush. Motivo ufficiale il recupero di alcune salme di militari Usa caduti in territorio oggi nordcoreano durante il conflitto di cinquant’anni fa.
Rifiutati a lungo, i resti sono stati opportunamente «ritrovati» adesso, ma nell’occasione si è parlato d’altro: gli americani hanno rinnovato le pressioni per una sollecita dismissione del reattore nucleare di Yongbyon in base all’accordo del 13 febbraio e da parte di Pyongyang la richiesta di sbloccare prima i fondi nordcoreani congelati in una banca di Macao. Il Paese comunista, ridotto alla fame dal fallimento economico, vive in buona parte di sussidi alimentari dal Sud e soffre anche di un’acuta carenza valutaria.

La quale ultima contribuisce a spiegare l’accordo segreto (reso pubblico solo due giorni fa dal New York Times per un’indiscrezione) riguardante il «fronte» etiopico-somalo. Addis Abeba, a sua volta a lungo in una lista di proscrizione occidentale, mantiene il suo esercito con acquisti molto «scontati» di vecchie armi di fabbricazione sovietica fornite tra l’altro dalla Corea del Nord. Quando in Somalia il fragile equilibrio fra le fazioni e i «signori della guerra» si è incrinato e le milizie di Al Qaida sono state a un passo dall’ereditare il potere, Washington avvertì la gravità della minaccia e non poteva rivolgersi che all’Etiopia, che a sua volta aveva bisogno di armamenti nord-coreani. L’embargo fu dunque tacitamente sospeso e le forniture arrivarono in tempo per l’offensiva contro gli integralisti somali. Contemporaneamente aerei Usa del modello Ac-130 bombardarono obiettivi in Somalia decollando da un aeroporto etiopico. Si ricompone così un puzzle veramente inedito.