Usa, ora si scommette su una maxi-stretta

L’ipotesi è di un rialzo dello 0,50% da parte della Fed. E l’euro scivola sotto quota 1,25

da Milano

Il ripetuto battere, da parte della Federal Reserve, sul tasto dell’inflazione in fase di preoccupante surriscaldamento ha prodotto un effetto di ribaltamento sui mercati: dopo aver brevemente accarezzato la possibilità di una pausa nella politica monetaria interventista della banca centrale Usa, ora si va facendo strada l’ipotesi contraria, quella che indica in mezzo punto il rialzo dei tassi - il 17° consecutivo dal giugno 2004 - che Ben Bernanke deciderà la prossima settimana. Il costo del denaro potrebbe dunque toccare il 5,50, allargando la forbice con i tassi di Eurolandia, al 2,75% dopo la mini-stretta decisa lo scorso 8 giugno dalla Bce in occasione della trasferta di Madrid.
Per quanto l’ipotesi di un deciso giro di vite di Washington sia tutta da verificare, le ripercussioni sui Treasury (il due anni è balzato al 5,77%, il massimo dal dicembre 2000) e soprattutto sui cambi sono evidenti: l’euro è scivolato ieri sotto quota 1,25 (1,2479 il minimo di seduta), ovvero al punto più basso degli ultimi due mesi. Qualche operatore ieri parlava già di flight to dollar, segno di uno spostamento in atto dall’euro verso il biglietto Usa che potrebbe non essere transitorio se davvero la Fed deciderà di calcare la mano. Un eventuale aumento dei tassi di mezzo punto potrebbe peraltro anticipare quel secondo rialzo dello 0,25% che gli analisti tendevano a collocare dopo l’estate. E, a quel punto, l’istituto potrebbe anche decidere di fermarsi, con la benedizione del Fondo monetario che, attraverso il direttore Rodrigo Rato, ha fatto sapere ieri che la «politica monetaria americana è appropriata». Soprattutto nel caso di un rialzo del costo del denaro di mezzo punto, saranno decisive sia le parole con cui la Fed giustificherà un intervento di tale portata, sia le indicazioni sull’evoluzione della politica monetaria Usa.
La Fed si trova comunque davanti a un bivio: a fronte di prezzi già oltre i livelli di guardia e a rischio di ulteriori tensioni innescate dalle quotazioni del petrolio, tornate sopra i 71 dollari il barile, il ciclo economico a stelle e strisce sembra aver perso quella spinta straordinaria manifestata ancora nel primo trimestre (più 5,3% l’espansione del Pil). Una strategia particolarmente aggressiva potrebbe quindi provocare qualcosa di più di una semplice decelerazione, anche se il Fmi parla di un rallentamento verso ritmi più sostenibili nella seconda parte dell’anno, prefigurando dunque scenari per nulla catastrofici. Le stime dell’organizzazione di Washington sulla crescita mondiale indicano un aumento del 5% sia quest’anno che il prossimo, nonostante la forte instabilità che sta caratterizzando il Sud-est asiatico, con particolare riferimento ai mercati finanziari, proprio a causa dei timori legati alla possibilità di aumenti ripetuti dei tassi.