Usa: "Oro o rischiamo l’esilio"

Domani l'esordio della nazionale americana di basket. Kobe Bryant: "Se non arriviamo primi dobbiamo tutti cambiare cittadinanza: mi dovrete chiamare Kobe Giovanni. Intanto mi compro una casa in Italia"

Pechino - Gli americani lo chiamano Olympic team, ma per tutti noi è il Dream team. La squadra del sogno, la «Squadra» del basket che comparve a Barcellona e qualche volta si è persa nell’egoismo dei suoi campioni. Messi tutti in fila, in tuta senza bisogno di tener la canottiera stelle e strisce, fanno fascino: il fascino di chi sa portarlo addosso come fosse un abito naturale. Bastava osservare l’immensa sala stampa che ieri li ha accolti nel media center di Pechino, per capire. Gridolini e applausi, nonostante la gran parte dei presenti fossero giornalisti, giornaliste e addetti ai servizi.

Tanto parlare inglese e di tanto in tanto ecco spuntare due chiacchiere in italiano. Vero, c’è un pizzico d’Italia in questa squadra, chiamata ancora una volta a tracciar la strada per tutti i dream teams dell’Olimpiade. C’è Mike D’Antoni che qui fa «l’assistant coach» e quest’anno sarà il numero uno a New York. Dove si è portato Gallinari, come souvenir d’Italie. «Mi fa impressione pensare che è il figlio del compagno con il quale ho diviso la camera per otto anni. Speriamo di non rovinarlo come giocatore», dice Mike allargando il sorriso dietro baffetti ormai famosi quanto quelli di Clark Gable. C’è Kobe Bryant che se la ride, ma non tanto, quando dice: «Se non arriviamo primi dobbiamo tutti cambiare cittadinanza: mi dovrete chiamare Kobe Giovanni. Intanto mi compro una casa in Italia». Kobe è nato a Philadelphia ma, come sanno gli appassionati, ha passato otto anni in Italia ad imparare basket mentre Joe, suo papà, ci faceva divertire. Kobe parla un italiano fluente e ieri raccontava che un giorno potrebbe tornare per giocare: «Milano o l’Italia hanno sempre la precedenza, se dovessi lasciare gli Stati Uniti».
Kobe oggi è fisicamente un bestione, come LeBron James: spalle adatte a caricarsi tutta la compagnia. L’Olympic Dream Team è qualcosa di più per questi giochi. Kobe, il debuttante, e LeBron, alla seconda olimpiade, contano di più di Ronaldinho e Messi, di Federer e Nadal. Nelle loro mani la strategia di un «cheek to cheek», la politica del ping pong riveduta per gli anni duemila. Domani la prima partita del girone. «Ci vedranno un miliardo di persone, avrà un valore simbolico prima ancora che sportivo», ammette D’Antoni.

Kobe è un debuttante, Mike era già stato ai Giochi come atleta. E sa come la pensa la gente sul Dream team, con la puzza sotto il naso. «Invece no, ve l’assicuro: rispettiamo sempre gli avversari, sappiamo che il livello è alto e la squadra si è preparata per essere squadra». Narcisi e affini hanno spesso rischiato di rovinare la reputazione del dream team. Stavolta no: «Il dream team era solo quello del 1992 a Barcellona». Storico e spettacolare. «Qui abbiamo una squadra di talento e siamo riusciti a far capire alle stelle che bisogna giocare anche per il gruppo. Più facile dirlo che farlo. Ma c’è lo spirito giusto». Argentina, Spagna, Grecia, Russia, gli avversari sono quelli. Ma stavolta, dice D’Antoni, l’America del basket promette orgoglio e vittorie: ha perso ad Atene quattro anni fa, ha perso gli ultimi mondiali battuta dalla Grecia. In Cina c’è un’America che deve ricordare qualcosa al mondo, ristabilire un rapporto di forza. Foss’anche simbolico. Tocca alla squadra del sogno.\