Gli Usa alla prese con una crescita che non c’è

Barack Obama è uscito con le ossa rotte dal duello sul debito con i repubblicani. Più debole politicamente, inviso all’ala liberal dei democratici causa le concessioni fatte, e ormai del tutto spogliato di quelle virtù taumaturgiche e carismatiche che gli erano state appiccicate addosso nei primi mesi d’insediamento alla Casa Bianca. Il suo ministro più importante, quel Timothy Geithner che ha in mano le chiavi del Tesoro, ha detto a chiare lettere che lo spettacolo andato in onda al Congresso ha «danneggiato la fiducia negli investitori nell’economia americana». E Wall Strett ieri, subito dopo l’approvazione definitiva del compromesso sul debito in Senato, perdeva più dell’1%. E il Nasdaq più del 2%. Ecco, appunto: un presidente dimezzato è in grado di ribaltare l’attuale calo di confidence? Può governare il malumore dei mercati, mutandolo, in un momento in cui tutto rischia di finire nel tritacarne della speculazione? È capace di reggere i contraccolpi di un eventuale downgrading del rating Usa, anche se la bocciatura dovesse arrivare da una sola delle agenzie di rating?
Obama è oggi senza rete. Il compromesso sul debito, che ieri ha incassato il via libera definitivo con il sì del Senato, sposta l’asse dalla politica emergenziale, quella fatta a colpi di deficit spending soprattutto per salvare Wall Street e un po’ meno Main Street, alla politica dei tagli alla spesa per oltre 2mila miliardi di dollari. Una bella sforbiciata, seppur non ancora sufficiente a dar retta ai conservatori più duri. Che pretenderebbero un’altra sfoltita al Medicare e al Medicaid, i due puntelli del Welfafe a stelle e strisce. Sistemata (temporaneamente) la questione dei conti, resta scoperto il capitolo della crescita economica. A chi è affidato il compito di stimolarla, ora che la Federal Reserve sta tirando in barca i remi della liquidità anti-crisi?
La ritirata di Ben Bernanke è probabilmente frutto di un errore di valutazione delle capacità di ripresa dell’America. Anche se il successore di Greenspan ha qualche attenuante: il roboante +5,6% di aumento del Pil Usa nel quarto trimestre 2010 aveva illuso un po’ tutti. La crisi - si diceva - è solo un brutto film ai titoli di coda. Il 2011 sta invece raccontando un’altra storia, ben più complicata e amara: quella di un Paese in impantanatosi in una crescita asfittica (uno striminzito 0,4% tra aprile e giugno) che puzza già un po’ di recessione, la famigerata double dip recession. «Non vedo rischi di una ricaduta in recessione», rassicura Geithner.
Ma il deficit di fiducia dei mercati richiamato dal ministro del Tesoro è lo stesso di un Paese che giorno dopo giorno deve fare i conti con le proprie paure. A cominciare da quella di perdere il lavoro. Sono mesi che la lancetta non si schioda dalla tacca dei 15 milioni di disoccupati. Un tasso di senza-lavoro al 9% è inaccettabile per l’America. Obama l’ha ripetuto più volte, senza tuttavia trovare la ricetta per rimettere in moto la macchina dell’occupazione. Geithner è convinto che l’accordo sul debito non si tradurrà in altra gente a spasso. Può succedere solo a patto che quanto fatto finora dalla mano pubblica venga compensato dai privati attraverso nuove assunzioni. Ma le famiglie non sembrano crederci. Anzi, prevedono tempi duri. Basta dare un’occhiata ai consumi, scesi per la prima volta in quasi due anni (-0,2% in giugno), per rendersene conto. Non si spende, non si fa shopping. Per un Paese da sempre abituato a contare sulle spese private per comporre il 70% della ricchezza nazionale, è un’eresia. Che suona come preludio di una possibile nuova crisi.