«Usa pronti a colpire i siti nucleari dell’Iran»

La soluzione militare a breve motivata dalle imminenti elezioni per il rinnovo del Congresso che potrebbero dare ai democratici la maggioranza

Marcello Foa

È una voce, solo una voce, ma sempre più attendibile. L’Amministrazione Bush sarebbe intenzionata a bombardare i siti nucleari iraniani entro la fine di ottobre, per la precisione tra il 21 e il 25.
A delineare per primo lo scenario di un attacco a sorpresa era stato, in settembre, il settimanale americano The Nation, che però allora pochi presero sul serio. Ufficialmente il governo statunitense continua a puntare sulla diplomazia per convincere Teheran a rinunciare alle sue ambizioni nucleari. Da mesi Washington preme sul Consiglio di Sicurezza dell’Onu per ottenere l’approvazione di nuove sanzioni, che però sono osteggiate da Cina e Russia. Finora nessuno sembrava avere fretta, considerando che l’Iran ha bisogno di almeno tre anni per produrre il primo ordigno nucleare. Ma negli ultimi giorni i falchi avrebbero ripreso il sopravvento all’interno della Casa Bianca e l’opzione militare, che era stata rinviata sine die la scorsa primavera, sarebbe tornata prepotentemente in primo piano; perlomeno come forma di pressione sugli ayatollah.
Il condizionale è d’obbligo, ma lo scenario delineato da The Nation trova più di un riscontro. Il primo: il settimanale americano scriveva che la portaerei Eisenhower sarebbe salpata dal porto di Norfolk ai primi di ottobre e così è stato: ha levato le ancore martedì 3. Il sito ufficiale della Marina Usa non dice dove è diretta, ma a svelare il mistero sono stati alcuni dei 6.500 marinai che si sono rivolti ad ex alti ufficiali contrari alla guerra, come il colonnello in pensione Sam Gardner: la destinazione è il Golfo Persico.
Il secondo indizio riguarda un’altra portaerei, la Enterprise. In questi giorni era previsto che fosse richiamata negli Stati Uniti, ma l’ordine di rientro non è mai arrivato e continua ad operare nel Mare arabico. Il terzo segnale è il più importante: aggiungendo alle due portaerei gli incrociatori, i cacciatorpedinieri, le fregate, i sottomarini, le navi appoggio e quelle di rifornimento che già sono in zona o che stanno arrivando con la Eisenhower, il Pentagono disporrà a breve di una considerevole potenza di fuoco; certo sufficiente a colpire per alcuni giorni le installazioni nucleari iraniane.
Si tratterebbe di un blitz, dunque, e non di un’invasione come quella in Irak. Ma perché proprio adesso? Bush, Rumsfeld e la Rice sarebbero persuasi che in realtà Mosca e Pechino non accetteranno mai di mettere Teheran con le spalle al muro e che dunque puntare sulla diplomazia si risolverà in un’inutile perdita di tempo. Inoltre, per essere davvero efficace l’attacco deve avvenire quando il nemico meno se lo aspetta. E in questo momento il presidente iraniano Ahmadinejad è persuaso che gli Usa siano troppo deboli sulla scena internazionale e in particolare in Irak, per avventurarsi in un’operazione militare che rischierebbe di incendiare il Medio Oriente e far salire alle stelle il prezzo del petrolio. Ma mai come ora Washington ha bisogno di ribadire la propria supremazia nel mondo; un attacco ben condotto permetterebbe di rilanciare il suo prestigio e di intimidire Paesi troppo arroganti come l’Iran e la Corea del Nord. Insomma l’America tornerebbe ad essere temuta.
La soluzione militare avrebbe anche motivazioni interne: il 7 novembre gli americani votano per rinnovare buona parte del Congresso, e siccome i sondaggi danno favoriti i democratici, gli strateghi militari preferirebbero colpire prima, anziché dopo, ben sapendo che con un Parlamento a maggioranza riformista diventerebbe più complicato gestire operazioni delicate come queste. E soprattutto ci sarebbe anche un po’ di speculazione elettorale: un bombardamento a pochi giorni dal voto dovrebbe consentire un recupero dei conservatori, considerando che l’Iran preoccupa da tempo gli elettori. Anche se questa volta il «fattore patriottismo» potrebbe non sortire gli effetti sperati. «Il Paese non è pronto a sostenere l’uso della forza - spiega al Giornale lo stratega elettorale Michael Carmichael -. E per ora preferisce sostenere la via diplomatica. Il blitz verrebbe accettato solo in reazione a un fatto grave, come un attentato terroristico negli Usa».
L’America s’interroga. E intanto annota la data del 21: fra 12 giorni sapremo.
marcello.foa@ilgiornale.it