Gli Usa pronti a trattare con gli insorti Bagdad s’infuria: così ci delegittimate

La stampa irachena annuncia l’incontro ad Amman tra una dozzina di gruppi armati e gli inviati della Casa Bianca. In agenda ci sarebbe anche il calendario di ritiro americano

Gian Micalessin

Se l’obbiettivo è quello di far perdere la pazienza al premier iracheno Nouri Maliki gli americani sembrano riuscirci. Qualche giorno fa l’ambasciatore americano a Bagdad, Zalmay Khalizad, era riuscito a provocargli un rigurgito di bile riconoscendo al suo esecutivo il merito di seguire alla lettera il programma indicato da Washington. L’averlo dipinto come il capo di un obbediente governo fantoccio è poca cosa rispetto all’aperta delegittimazione ipotizzata ieri dal quotidiano Al Sabah. Secondo il giornale, vicino agli ambienti governativi iracheni, gli americani sarebbero già pronti ad avviare un negoziato segreto con gli insorti per patteggiare un progressivo ritiro accompagnato da una sorta d’armistizio armato. La trattativa - avviata all’insaputa di Maliki o almeno senza il consenso e la partecipazione diretta dei suoi ministri - finirebbe con il delegittimare il governo riconoscendo il ruolo di «resistenza» agli insorti sunniti. «Annunci del genere indicano l’esistenza di un preciso tentativo americano di minare il governo Maliki, facendolo apparire debole - ha dichiarato Muayed al-Obeidi, un alto dirigente partito Dawa molto vicino al premier iracheno - simili colloqui potrebbero portare ad alcune concessioni da parte degli americani che verrebbero poi imposte al governo Maliki, infiacchendolo e compromettendone l’immagine».
La dura reazione di Obeidi viene diffusa, non a caso, mentre è in pieno svolgimento la teleconferenza via satellite in cui Maliki e il presidente George W. Bush ripetono d’essere assolutamente d’accordo sul calendario per rafforzare e portare a pieno regime le forze di sicurezza irachene. La conferenza via satellite è seguita dalle concilianti dichiarazioni con cui il portavoce della Casa Bianca Tony Snow descrive un rapporto privo di problemi con l’alleato. «Non ci sono assolutamente contrasti, il presidente è molto soddisfatto - assicura Snow – del lavoro del primo ministro».
Maliki da quando ha letto i titoli di Sabah lo è molto meno. Secondo il giornale, un gruppo di inviati americani ad Amman è pronto a dare il via entro due settimane a una vera trattativa con una serie di gruppi armati tra cui quell’Esercito Islamico responsabile dell’assassinio del giornalista italiano Enzo Baldoni. Citando Abdul Rahman al Ansari, lo sceicco alla guida dell’Esercito Islamico, il quotidiano iracheno dà per certa la partecipazione agli incontri di almeno una dozzina di formazioni armate. La parte più imbarazzante, se vera, delle rivelazioni riguarda gli argomenti all’ordine del giorno. Secondo le parole attribuite ad al-Ansari, le trattative di Amman dovrebbero servire a definire un possibile calendario per il ritiro statunitense, a modificare il processo politico e a rivedere i decreti del governatore Paul Bremer con cui venne imposto lo scioglimento dell’esercito e l’allontanamento dalle istituzioni di tutti gli appartenenti al passato regime. Sono chiaramente dichiarazioni di parte. Indiscrezioni fatte trapelare dai capi degli insorti per giustificare i rapporti con gli americani e far intravedere la capacità di trattare ad armi pari con le forze d’occupazione.
Al di là delle iperboli guerrigliere, la decisione di trattare denota comunque la scarsa fiducia americana nella capacità del governo e delle proprie forze armate di debellare la guerriglia. A incrementare la disillusione americana contribuiscono i bilanci del conflitto. Nelle ultime quattro settimane gli aerei hanno rimpatriato le spoglie di 98 soldati americani trasformando ottobre nel quarto mese più funesto in 31 mesi di permanenza sul suolo iracheno. Quel bilancio tragico e forse insostenibile per l’opinione pubblica americana rischia di influenzare pesantemente la campagna per le imminenti elezioni di «midterm». Dopo un ottobre così sanguinoso la questione irachena rischia di diventare la miglior arma dei democratici per mettere fine all’egemonia repubblicana sul Congresso.