Usa, razzismo nelle urne Tra i democratici è rissa

La Ferraro, vicina a Hillary: "Se Obama fosse bianco non sarebbe candidato alla Casa Bianca". Poi lascia lo staff

Doveva succedere: bianco-nero, il razzismo, la segregazione. La minoranza afroamericana e la maggioranza bianca. Doveva succedere con Hillary e Obama che si scannano ogni giorno: la questione razziale entra di colpo nella campagna elettorale delle primarie. Esplode nel momento in cui uno degli stati più neri d’America sceglie Barack perché la comunità black si compatta attorno al suo eroe. E non si sa se sia stata una gaffe o una scelta precisa per togliere lo sguardo scandalo di Eliot Spitzer che tocca per la tangente anche il clan Clinton. Si sa che alla fine la storia è deragliata. Hillary perde un altro pezzo della suo staff: si dimette Geraldine Ferraro, amica e consulente dell’ex first lady, nonché ex candidata alla vicepresidenza con Walter Mondale. Lascia perché ha parlato: «Se Obama non fosse nero, non sarebbe qui». Qui significa vicino alla nomination, cioè davanti a Hillary. La Ferraro era a capo della macchina di raccolta fondi della Clinton. Non lo è più perché quella frase ha scatenato l’ultima guerra interna al partito democratico e l’ha fatta crollare. Geraldine sapeva che sarebbe scoppiato il caos che è scoppiato. Perché gli afroamericani sono spiritosi zero sull’argomento: sentono il peso della differenza che c’è nonostante la segregazione sia finita da quarant’anni. C’è un solo nero in Senato, su cento membri. Ce ne sono stati appena cinque nella storia. C’è una manciata di governatori di colore e un’altra di congressmen. C’è un mondo che ruota attorno al sentimento di rivincita che monta nell’ambiente nero che s’è sempre sentito inadeguato a comandare.
Con Obama potenziale candidato presidente e primo afroamericano della storia che può davvero arrivare alla nomination, è tornato l’orgoglio black. S’è visto in questi mesi: Barack era considerato troppo bianco per essere nero, invece alla fine tutti i neri sono andati con lui. Ha preso uno per uno gli stati con la più alta concentrazione afro, ultimo proprio il Mississippi, dove l’ha votato il 90 per cento dei neri. La questione razziale torna. Us News & World Report s’è chiesto non più di due settimane fa se la razza è ancora un problema. L’uscita della Ferraro ha scardinato il politicamente corretto che aveva dominato finora la questione razziale. Lo staff di Obama ha attaccato subito: ha chiesto il licenziamento di Geraldine dalla macchina elettorale clintoniana. Barack s’è indignato: «Non credo che le affermazioni di Geraldine Ferraro possano trovare alcuno spazio nella nostra politica, o nel partito democratico. Mi attendo che, così come non c’è posto per parole del genere nella mia campagna, nemmeno ve ne sia in quella della senatrice Clinton».
Le chiede di farla fuori, come lui ha fatto fuori la stratega che ha chiamato «mostro» la Clinton. Hillary sembrava intenzionata a non farlo. Aveva preso le distanze e basta, non le aveva imposto neanche il silenzio. Così la Ferraro ha parlato ancora. Ha attaccato. Ha ribaltato l’accusa: «Ogni volta che qualcuno cerca di andare all’essenza di questa campagna elettorale, lo si accusa di essere razzista e lo si costringe a tacere. Il razzismo funziona in due sensi e io penso che mi attacchino perché sono bianca». La Clinton ha aspettato, ha sentito l’imbarazzo. Ha fatto di tutto per non allontanare l’amica e collaboratrice. Il gesto l’ha fatto la Ferraro: «Mi dimetto». Barack ha vinto un’altra piccola battaglia. Hillary non può permettersi altri ostacoli da qui al 22 aprile. L’ultimo giorno del tutto per tutto: il giorno della Pennsylvania, lo Stato che dirà se è dentro o fuori. Razza a parte.