Usa, richiamati alle armi morti e invalidi

da Washington

L’Irak continua a imbarazzare l’amministrazione Bush. Una «gaffe elettronica» costringe ora il Pentagono a chiedere scusa a 75 famiglie, quelle di altrettanti soldati americani caduti tra il Tigri e l’Eufrate, richiamati alle armi per un errore del computer. Ma non è il solo sbaglio del cervellone del ministero della Difesa: ha richiamato anche 200 invalidi e, tra Natale e Capodanno, 5.100 militari in pensione. Pure a questi tante scuse.
Il Pentagono deve trovare nuovi uomini da inviare nel pantano iracheno. Così vuole, stando a tutte le anticipazioni, il capo della Casa Bianca. Ma i democratici, vincitori delle elezioni di medio termine. non ci stanno e hanno scritto una lettera a George W. Bush. «Caro presidente, non siamo per niente d’accordo con le iniziative militari che le si attribuiscono in Irak. Mandare dei rinforzi in Irak servirebbe solo a mettere in pericolo un maggior numero di soldati americani e a stiracchiare la nostra presenza militare fino al punto di spezzarla e questo con nessun guadagno strategico in vista. È giunto il momento, invece, di cominciare a riportare le truppe a casa. Con i migliori saluti». Firmato: Nancy Pelosi, presidente della Camera e Harry Reid, leader della maggioranza in Senato. È una letterina breve, tutta dentro una pagina e riassume la risposta democratica alla nuova strategia che Bush si prepara ad illustrare e a mettere in atto in Irak e che comprende, non si sa in che misura, l’invio di rinforzi dall’America.
È una risposta dura, in linea del resto con le intenzioni manifestate dalla Casa Bianca nelle ultime dichiarazioni, che respingono in pratica quasi tutte le raccomandazioni venute dal «gruppo di studio» bipartitico sull’Irak e confermano che Bush probabilmente non può e certamente non vuole cambiare rotta. La «collaborazione al di sopra dei partiti» invocata dagli uni e dagli altri è rimasta quello che si prevedeva: uno scambio di frasi gentili fra il Capodanno e l’entrata in vigore della nuova maggioranza in Congresso.
Nella lettera Reid e la Pelosi definiscono quella di Bush «una strategia che Lei ha già provato e che è già fallita. Dopo quasi quattro anni di combattimenti, decine di migliaia di morti o feriti nelle forze armate americane e una spesa di oltre 300 miliardi di dollari, è giunto il momento di farla finita con questa guerra. Pertanto noi Le raccomandiamo fortemente di respingere ogni piano che coinvolgerebbe ancora più pesantemente in Irak i nostri soldati».
Non molto diverso il consiglio dato a Bush da quasi tutti i parlamentari democratici che, insieme ai repubblicani, (tredici senatori in tutto) hanno dato al presidente nel colloquio «ristretto» cui erano stati invitati alla Casa Bianca per un colloquio cui erano presenti anche il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Condoleezza Rice. Fra i più espliciti il senatore Obama: «Una escalation di presenza militare in Irak sarebbe uno sbaglio: abbiamo bisogno di una soluzione politica, non militare. Lo status quo è inaccettabile».