Usa, s’allontana il taglio dei tassi

da Milano

I tassi americani restano invariati al 5,25%. E lì rischiano di rimanere fino alla fine dell’anno. Le previsioni di un taglio del costo del denaro nel mese di marzo hanno infatti subìto ieri un duro colpo a poche ore dalla decisione della Federal Reserve di non modificare per la quinta volta consecutiva la politica monetaria, quando il dipartimento al Commercio ha reso noto che il Pil Usa è cresciuto nel quarto trimestre del 3,5%, ben oltre il più 3% atteso degli analisti. Così, il 2006 si è chiuso con un’espansione perfino superiore a quella dell’anno prima (3,4% contro 3,2%).
Per quanto si tratti di una stima preliminare, suscettibile dunque di correzioni, il dato di ieri sembra contraddire i timori di un severo rallentamento dell’economia circolati fino a non molto tempo fa, anche se il sensibile calo delle quotazioni del petrolio ha condizionato in senso positivo l’andamento del Pil, in particolar modo le spese delle famiglie, una delle voci di maggior peso. È forse questa la principale ragione alla base della cautela sulle prospettive economiche espressa anche ieri da Ben Bernanke, che si avvia a concludere il primo anno da timoniere dell’istituto di Washington. Nel comunicato diramato al termine del vertice del Fomc (il braccio operativo in materia di politica monetaria), la Fed fa infatti riferimento a previsioni per «una crescita moderata» nei prossimi trimestri. La prudenza può sembrare eccessiva, se si considera la robustezza del mercato del lavoro, confermata in dicembre dalla creazione di 167mila nuovi posti (dopo i 154mila di novembre e gli 86mila di ottobre). Davanti a queste cifre poco in sintonia con un’economia vista in decelerazione, qualche economista non ha esitato a definire la situazione occupazionale il nuovo conundrum, l’enigma irrisolvibile, della Fed dopo quello sulla curva dei tassi su cui si era interrogato più volte Alan Greenspan.
Gli svarioni di comunicazione commessi da Bernanke all’inizio del mandato devono essere però serviti: meglio, quindi, mantenere basso il profilo, in attesa che i prossimi dati macroeconomici chiariscano lo scenario. Che la spinta rialzista registrata nelle ultime settimane dai prezzi del greggio (sopra i 58 dollari ieri, ai massimi da quattro settimane) potrebbe modificare sostanzialmente. Questa è in effetti l’incognita maggiore e, forse, la più inquietante. La Fed non è soddisfatta dell’inflazione core (quella che esclude alimentari e prodotti energetici), al 2,1% nel quarto trimestre. «Alcuni rischi inflazionistici rimangono», si puntualizza nella nota. E con una crescita più robusta delle attese e prezzi fuori controllo, non si può neppure escludere un giro di vite ai tassi. Come peraltro richiesto a partire dal giugno scorso dal presidente della Fed di Richmond, Jeffrey Lacker, costretto ieri alla “panchina” per effetto del sistema di rotazione del voto usato dalla Fed.