Gli Usa temono il dietrofront: «L’Italia appoggi la Nato»

Il sottosegretario di Stato Usa, Burns: «C’è bisogno di un maggior numero di soldati in Afghanistan»

«C’è bisogno crescente di truppe addizionali europee e di un maggiore grado di flessibilità nel modo in cui questi soldati possono operare». Con queste parole il sottosegretario di Stato statunitense Nicholas Burns torna a sollecitare gli alleati europei ad aumentare l’impegno militare in Afghanistan, ribadendo poi che «tutti i caveat nazionali che limitano lo spiegamento e l’impiego tattico delle truppe vanno eliminati».
Burns non ha nominato esplicitamente i paesi che potrebbero fare di più, ma le limitazioni più significative sono quelle imposte da Italia, Germania, Spagna e Francia.
Burns poi ha elogiato pubblicamente quei paesi, come Gran Bretagna, Estonia, Romania, Olanda e Canada che hanno schierato le proprie truppe nelle turbolente regioni meridionali del paese, dove sono impegnate in vere e proprie operazioni di combattimento contro i talebani. Il diplomatico americano ha anche chiarito che l’impegno militare nel paese asiatico non è cosa da «due o tre anni», ma richiederà uno sforzo prolungato. «Siamo molto incoraggiati da quello che ha fatto la Nato negli ultimi mesi», ha detto Burns, citando l’offerta di truppe ed equipaggiamenti da parte dei partner Nato e l’offensiva militare intrapresa contro i talebani. «Si spera che l’Italia appoggerà tutto questo», conclude il sottosegretario Usa. E, riferendosi al voto di oggi, dichiara che «come membro dell’Alleanza, ci aspettiamo un risultato positivo».
In ambienti militari Nato si fa notare che il peso dei «caveat» è particolarmente pesante perché la Nato, che guida l’operazione Isaf, si trova ad essere a corto di uomini e mezzi. Se gli organici fossero sufficienti si potrebbe anche ammettere che alcuni dei contingenti siano parzialmente disponibili, ma nell’attuale contesto ogni limitazione di impiego è davvero inopportuna.
Si pensi ad esempio alla complicata procedura che consente al comandante del contingente italiano di rispondere, nell’arco di 72 ore, a una richiesta di intervento «fuori area» da parte del comando di Isaf: 72 ore sono un tempo biblico quando si parla di operazioni militari, di fatto un escamotage per evitare il coinvolgimento.
Per salvare forma e sostanza basterebbe ridurre questa trafila allo stretto indispensabile: poche ore nell'era delle comunicazioni satellitari. Ma le autorità politiche italiane non vogliono trovarsi in situazioni politicamente pericolose.
Un’altra possibilità per soddisfare le esigenze militari è quella di potenziare il contingente italiano in Afghanistan, intervenendo più sulla composizione che sul numero di militari, e offrendo due battle groups invece di uno.
Ancora, si potrebbero schierare in Afghanistan assetti aerei multiruolo, lasciandone la piena disponibilità ad Isaf: per intenderci gli aerei senza pilota da sorveglianza sono utili, ma lo sono anche di più elicotteri per trasporto d’assalto come i Ch-47 e elicotteri da combattimento A-129 o cacciabombardieri Amx.
Infine, perché non consentire ai comandanti militari italiani di impiegare in modo più aggressivo le proprie truppe nella province a noi assegnate? Troppo spesso, anche in passato, ai caveat ufficiali si sono infatti aggiunti quelli informali, volti a mantenere un basso profilo e a non esagerare con attività di interdizione e pattugliamento aggressivo che possono portare a scontri a fuoco. Un’altra specialità italiana che certo non fa piacere alla Nato.