Usa, il Tesoro "salva" i colossi di Detroit: stanziati 17,4 miliardi

L’amministrazione americana concede
un prestito a bassi interessi su due tranche: il Tesoro riceverà warrants senza diritto di voto (<strong><a href="/a.pic1?ID=315704">i punti salienti del piano</a></strong>). Toyota in rosso

Washington - La recessione mette in ginocchio l’industria automobilistica mondiale. Il mercato dell’auto spagnolo cede il 39% in novembre, mentre quello giapponese si prepara a vivere un 2009 da incubo con vendite inferiori ai 5 milioni di unità, ai minimi dal 1978. La brusca frenata delle vendite costringe i maggiori costruttori a tagliare la produzione, tanto che l'amministrazione americana è costretta a correre incontro ai colossi di Detroit per evitarne il fallimento. "Il Governo deve salvaguardare lo stato di salute dell’economia - ha detto il presidente George W. Bush - lasciare collassare l’industria dell’auto non sarebbe responsabile". 

La mossa del Tesoro Usa Il Tesoro americano erogherà finanziamenti per 13,4 miliardi di dollari a favore di Gm, Ford e Chrysler tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio. Una seconda tranche di 4 miliardi verrà, poi, erogata a febbraio. I prestiti dovranno essere restituiti dai produttori di auto, se entro il 31 di marzo non avranno dimostrato di essere in grado di risanare le proprie attività. In cambio dei finanziamenti, il Tesoro riceverà warrant legati ad azioni senza diritto di voto. Gm e Chrysler hanno annunciato che chiederanno accesso già oggi ai fondi messi a disposizione dal Tesoro. Le due società sono, infatti, alle prese con gravi problemi di liquidità, mentre Ford ha dichiarato a più riprese di essere in una situazione migliore. Tra le condizioni imposte dall'amministrazione americana a Gm, Ford e Chrysler vi è quella di rinegoziare i termini dei contratti esistenti con i principali stakeholders, inclusi dunque i sindacati e le banche creditrici entro il 31 di marzo. Nel caso questo processo di rinegoziazione non dovesse avere successo, il Tesoro richiederebbe la restituzione dei fondi e si aprirebbero le porte dell’amministrazione controllata. Inoltre le società non potranno distribuire dividendi fino a quando non avranno restituito i finanziamenti ricevuti dallo stato. Il governo inoltre ha il potere di controfirmare, e in caso bloccare, ogni operazione del controvalore superiore ai 100 milioni di dollari. Come nel caso delle banche, inoltre, i produttori di Detroit dovranno rispettare precise restrizioni sulle retribuzioni dei loro massimi dirigenti e dovranno dire addio a jet privati aziendali.

E Bush punta alla riforma di settore "I produttori di auto e i sindacati devono capire quello che è in gioco e prendere tutte le difficili decisioni necessarie per un riforma", ha detto il presidente Usa riferendosi agli impegni che il piano di aiuti per l’auto prevede. La ristrutturazione del settore, aggiunge Bush, "richiederà significative concessioni da tutti i soggetti coinvolti nell’industria dell’auto". D'altra parte l'amministrazione amenicana, un passo in questa direzione,l'ha già ampiamente fatto dal momento che lasciar fallire i tre colossi dell’auto sarebbe stata una scelta irresponsabile da parte del governo. "Un colpo doloroso e inaccettabile per americani che lavorano sodo", ha detto Bush. Ora, però, la palla passa alle case automobilistiche: "General Motors e Chrysler dovranno, infatti, dimostrare di essere sostenibili, vitali altrimenti il rischio è la bancarotta". Infine, Bush ha concluso che la sua amministrazione non vuole lasciare al prossimo presidente Barack Obama la patata bollente: "Il prossimo presidente non deve trovarsi di fronte il crollo del’industria dell’auto".

Lo stop alla produzione Con il passare delle ore, però, la situazione di Detroit di aggrava. Chrysler ha annunciato lo stop dei suoi stabilimenti per almeno un mese, così da bilanciare la domanda con la produzione e le scorte. La drastica misura si è resa necessaria in seguito alla stretta del credito che rende sempre più difficile per i consumatori accedere a finanziamenti per l’acquisto di auto. Nelle ultime ore sono riemerse indiscrezioni, immediatamente smentite, sulla riapertura delle trattative fra Gm e Chrysler per una fusione. Gm ha precisato che non c’è nulla di vero al riguardo. Ma è, più in generale, tutta l’industria automobilistica mondiale a soffrire della crisi in atto. Secondo le stime dell’associazione dei costruttori giapponesi (Jama), le vendite di autoveicoli nuovi in Sol Levante nel 2009 dovrebbero scendere sotto quota 5 milioni, portandosi così al livello più basso dal 1978. "Nel 2008 - dice un comunicato della Jama - le vendite di veicoli a quattro ruote, mini-modelli compresi, dovrebbero stabilirsi a 5,11 milioni di unità", con un calo del 4,5% rispetto al 2007, che era già stato uno degli anni peggiori da più di tre decenni. Per quanto riguarda il 2009, le vendite dovrebbero scendere a 4,86 milioni di esemplari (-4,9%) a causa anche del "mercato del lavoro deteriorato" e, quindi, della "minore propensione alla spesa da parte dei consumatori".

Il "nuovo fronte" giapponese Il bilancio dell’esercizio 2008-09 (aprile-marzo) della Toyota si chiuderà con tutta probabilità con la prima perdita della storia del gruppo automobilistico giapponese. Stando a quanto emerge da un’analisi riportata dal quotidiano Nikkei, secondo cui la causa sarebbe il crollo delle vendite di auto accusata su tutti i principali mercati mondiali, la Toyota prevede un utile operativo di 600 miliardi di yen (circa 4,8 miliardi di euro), pur con una caduta del 74% rispetto al precedente esercizio. Il crollo delle immatricolazioni ha toccato il picco in Giappone, in Europa occidentale e negli Stati Uniti con un impatto negativo sui conti del gruppo di 200 miliardi di yen sul risultato operativo. Il vertiginoso apprezzamento dello yen dovrebbe presentare un conto negativo per altri 200 miliardi. Non solo. La società sarà obbligata ad adottare massicci accantonamenti per coprire le perdite generate dalle sue attività del settore finanziario: voce che contribuirebbe a mandare in rosso il colosso dell’auto giapponese per la prima volta dalla sua storia: dal 1940.