Usa, torna il pugno duro contro l’Iran

da Washington

È stato l’ultimo discorso di Bush prima delle vacanze. Ed è stato dedicato all’Iran, nella forma di un monito: se Teheran continuerà a fornire armi all’Irak «ci saranno conseguenze». Senza specificazioni, ma fra le righe, e soprattutto sotto le righe, è facile leggere una minaccia precisa: il riaffiorare e il rafforzarsi a Washington della «opzione militare». In cui la spedizione di ordigni ad alcuni gruppi guerriglieri e terroristici in Irak è solo la punta dell’iceberg, la copertina diplomatica e politica al contenuto vero del monito. «L’Iran deve essere in Irak un fattore di stabilità e non di destabilizzazione. Chi fornisce armi vuole destabilizzare».
L’argomento è venuto a galla da alcuni mesi, in concomitanza con una nuova fase dell’iniziativa americana a Bagdad: da Teheran giungerebbero forniture importanti, soprattutto di esplosivi usati per gli attacchi suicidi, la «specialità» che continua a diffondersi in Irak e si riflette sul numero delle vittime: mentre il livello mensile delle perdite americane pare stabilizzarsi - anzi con una lieve diminuzione in luglio - il numero dei morti fra la popolazione civile è in continuo aumento e, mentre gli attacchi contro le forze Usa sono condotti principalmente con mine e armi automatiche, le «bombe su quattro ruote» causano gran parte dei massacri fra i civili. Di qui l’occasione per un nuovo giro di vite nei confronti di Teheran, che alla luce del sole si concretizza negli sforzi diplomatici del segretario di Stato Rice e soprattutto del ministro della Difesa Gates per realizzare una «grande alleanza» che includa Israele e i Paesi arabi ma che all’interno dell’Amministrazione ridà ali ai «falchi», che l’andamento deludente delle operazioni in Irak pareva aver messo in secondo piano. Oggi essi sono invece alla controffensiva.
Voci ed argomenti sono sintetizzati dalla Washington Post, che nota come alcuni dei consiglieri più vicini a Bush stiano contestando con urgenza la linea del Dipartimento di Stato, del nuovo capo del Pentagono e degli adepti di quella che viene definita scuola di pensiero ereditata dalla Guerra fredda. Si sostiene che la «diplomazia del bastone e della carota» non funziona, che in quattordici mesi essa non è riuscita a rallentare la marcia di Teheran verso l’arma nucleare e si invita Bush a dedicare i diciassette mesi che gli restano alla Casa Bianca per rispolverare l’opzione militare. L’Istituto per la Politica del Medio Oriente avverte, in un saggio intitolato La deterrenza e gli ayatollah che tale strategia «è molto più difficile che non quando la si praticava contro l’Unione Sovietica» e che le sanzioni economiche non sembrano funzionare. In una pubblicazione della Hoover Institution, Kori Schake, ex membro del Consiglio nazionale di sicurezza del governo Bush, rilancia opzioni alternative: distruzione del programma nucleare iraniano, destabilizzazione e abbattimento del regime mediante operazioni di «forze speciali» o, come minimo, un «attacco dimostrativo» che dovrebbe dimostrare la vulnerabilità dell’Iran.
Norman Podhoretz, uno dei «super falchi», torna a paragonare a Hitler il presidente iraniano Ahmadinejad e la situazione odierna a quella del 1938 in Europa. Anche William Kristol invita Bush a tornare alla «linea dura» verso l’Iran e denuncia come «una perdita di tempo» le trattative dell’ultimo anno, le sanzioni economiche e i dibattiti all’Onu: «A guadagnarci è stato solo il governo di Teheran». Sono evidenti le somiglianze di tono dei mesi immediatamente precedenti l’attacco all’Irak, anche nell’accumulazione delle accuse: preparare l’arma nucleare, fornire armi ai terroristi, cercare il dominio nel Medio oriente, invocare la «sparizione di Israele dalla carta geografica».