Usa, troppe violenze sui minori nei film Record dell’orrore al festival di Redford

Tre ragazzine seviziate sono protagoniste di altrettante pellicole nel rinomato Sundance

da New York

La violenza contro i minori impazza nelle news e nel cinema americano. Persino Oprah Winfrey, la regina dei talk-show, ha invitato nei giorni scorsi i genitori di un ragazzino sequestrato da un pedofilo, appena ritrovato dall’Fbi dopo una ricerca di quattro anni. I genitori di Shawn Hornbeck l'hanno dato in pasto al voyeurismo americano, in diretta tv, ammettendo che era stato vittima di torture sessuali. Se il viso triste di Shawn impazza nelle news, anche il cinema sbatte la violenza sui minori sui grandi schermi. In prima linea è quel Sundance Festival che Robert Redford ha sempre voluto fosse l'emblema del cinema più creativo e che in questi giorni ha messo in calendario una delle rassegne più atrocemente violente della storia di Hollywood.
«Il Festival dei diavolo» ha titolato in un lungo articolo il New York Post, sbattendo sulla pagine alcuni fotogrammi tratti dalle pellicole scelte dal clan Redford: una ragazzina incatenata e torturata nel film Blake Sneak Moan, una dodicenne violentata in Houndog mentre in An American Crime un’altra viene seviziata. Houndog rischia di venir sequestrato per violenza sui minori. La protagonista è la dolcissima dodicenne, già bambina prodigio, Dakota Fanning, stuprata selvaggiamente da un giovane e sottoposta dal padre ad abusi sessuali. Houndog era il titolo di una delle canzoni più famose di Elvis Presley, la cui musica riecheggia in questo film ambientato nell’Alabama negli anni Cinquanta e interpretato anche dalla moglie di Sean Penn, Robin Wright.
La regista del film Deborah Kampmeier si getta con voluttà sulle violenze all’attrice bambina. Tanto che la casa di produzione ha preteso che un’assistente sociale fosse presente sul set, mentre la madre di Dakota ha assicurato i media di «averne parlato a lungo con la figlia». Ma già vari gruppi conservatori e cattolici stanno montando una campagna per portare regista e produttori in tribunale. «Dakota è una bimba dolcissima, una piccola protagonista dal talento straordinario. Perché?», si è chiesto Paul Whiterston, portavoce di un gruppo per la difesa degli attori. «Perché sottoporla a quella scena? Poi ci domandiamo come mai i nostri giovanissimi interpreti crescono e si drogano. La madre vuole a tutti i costi che vinca un Oscar, per questa interpretazione scabrosa. Ma io dico: che mamma sei?».
An American Crime è tratto da una storia di cronaca. Nel 1965 in una casetta di Indianapolis un’adolescente figlia di artisti di un circo ambulante era stata presa in affidamento - insieme alla sorella minore poliomelitica - da una donna, Gertrude Bniszewki. Quest’ultima aveva convinto i propri figli e altri giovanissimi a incatenare la ragazzina (interpretata dall’attrice canadese diciannovenne Ellen Page) a torturarla, a gettarla in un bagno bollente, a sodomizzarla con una bottiglia, a sfregiarla a coltellate, a inciderle sulla pancia la frase: «Sono una puttana e ne vado fiera», prima di ucciderla nell’omicidio «più terribile della storia dell’Indiana» a detta del commissario che ne ha trovato il cadavere. Nel film, diretto da Tommy O’Haver, la madre è l’attrice Catherine Keener, che l’anno scorso aveva ottenuto una nomination per il suo ruolo in Capote. «Quando ho letto il copione - ha dichiarato - mi sono detta: non posso farlo, anch’io sono una mamma. Poi ci ho ripensato e ho deciso che dovevo farlo proprio per quello».
E anche in Black Snake Moan Samuel L. Jackson ha sposato una storia piena di terrificante violenza. Nel film interpreta un uomo tradito e abbandonato dalla moglie, scappata con suo fratello, che un mattino trova davanti alla fattoria una Christina Ricci mezza drogata e massacrata di botte. Per «curarla» l’incatena in casa e la «ripulisce» dai peccati in un’ora e mezza di sadomasochismo puro.
Ma forse ha ragione Oprah Winfrey con in primo piano il suo ragazzino e tutti i più agghiaccianti particolari della sua prigionia, anche se è stata duramente attaccata. Probabilmente sono parole al vento: gli ascolti sono saliti alle stelle.