Usa, va in onda la politica in technicolor

Il senatore Tony Rand stava guardando un programma televisivo pieno di musiche e di scherzi quando la sua attenzione fu acuita da quattro parole dello showman di pelle nera che riandava alle radici della sua famiglia fino a un capostipite, «Hal» Rand, che Tony conosceva da tempo come il suo progenitore e che sapeva essere bianco. La vera storia gli rimbalzò addosso dal teleschermo. «Hal», proprietario di terre e di schiavi nel 1842, aveva avuto quattordici figli, sette dalla moglie bianca e sette da una donna nera. Tony si commosse a ritrovare quei lontani parenti, ma aspettò alcuni mesi a renderlo pubblico. Nel frattempo Barack Obama era stato eletto presidente degli Stati Uniti e il «colore» stava diventando di moda ovunque, perfino nel Profondo Sud.
La scena politica americana è oggi in technicolor. Non solo il presidente ma un buon numero dei suoi ministri nella nuova Amministrazione sono di pelle nera. Non è una novità, si sono solo moltiplicati. Durante l'Amministrazione Bush avevano detenuto la Segreteria di Stato, prima con Colin Powell e poi con Condoleezza Rice. E non è tutto qui. Respinto all'opposizione dal verdetto delle urne, il Partito Repubblicano (quello per cui tuttora votano in misura massiccia i «bianchi») ha deciso di rinnovarsi. Si è dato, per cominciare, un nuovo segretario generale, Michael Steele, di pelle decisamente nera. Poi ha lanciato quello che molti pensano sarà l'avversario di Barack Obama nelle elezioni presidenziali del 2012. È un governatore della Louisiana, il suo aspetto è decisamente più esotico di quello di Obama. Si chiama Piyush Jindal, figlio di due immigranti dalla regione indiana del Punjab. Sono di religione induista e come tale cominciò la vita Piyush, che però, prima di entrare nella carriera politica, si fece battezzare cattolico e assunse un nome di battesimo più accettabile alle grandi masse, Bobby. A lui hanno affidato il compito di pronunciare il tradizionale «indirizzo di risposta» all'ancor più tradizionale discorso del presidente sullo «stato dell'Unione». Gli indiani sono fra gli immigrati più recenti degli Stati Uniti ma anche fra quelli di più successo. Questa è tuttavia la prima carica importante che tocca a uno di loro ed è sintomatico che ad eleggere Jindal sia stata una società di tenaci tradizioni razziali - e razziste - come la Louisiana.
Non si tratta però di un caso isolato: il Profondo Sud è evidentemente alla caccia di colori che non siano né il bianco né il nero. Il Mississippi ha eletto pochi mesi fa un deputato di origine vietnamita e prima di lui uno sceriffo. Nella nuova Camera dei Rappresentanti siedono per la prima volta due deputati buddhisti e pure due sono i musulmani. Il secondo arrivato è più o meno un «qualsiasi», il primo, due anni avanti, fece scalpore perché al momento di prestare giuramento scelse di appoggiare la destra sul Corano e non sulla Bibbia.
Di fronte al fiorire multirazziale degli Stati Uniti c'è chi ne trae motivo per metterli in stato d'accusa per il razzismo di altri tempi. Osservatori un po' più disincantati (e in buona fede) riconoscono invece che questo improvviso festival multietnico è insieme un fenomeno di moda e un evento storico autentico, le cui dimensioni potranno essere calcolate solo quando la «moda» si sarà attenuata. Appena pochi anni fa uno dei veleni che si potevano schizzare addosso a un uomo politico era l'accusa di avere «un figlio illegittimo», che risultava poi sempre di un altro colore. La verità è più semplice: in una società schiavista era naturale e inevitabile che si intrecciassero rapporti intimi del tipo di quelli praticati con particolare continuità ed entusiasmo da «Hal» Rand. Non c'era del resto altra via, dal momento che anche molto dopo l'abolizione della schiavitù in molti Stati americani era un reato perseguito dalla legge il «matrimonio multirazziale».
Dove non c'è matrimonio c'è concubinato e il risultato è, dopo alcuni secoli, che gran parte dei cosiddetti «neri» d'America siano in realtà di ascendenza mista. Un tempo li chiamavano «mulatti», termine spagnolo caduto in disuso negli Stati Uniti perché associato a discriminazioni razziste. Con lodevole coraggio ha tentato di resuscitarlo poche settimane fa il più illustre fra i «mulatti» della storia americana, Barack Obama. Che però ha aggirato la questione dichiarando scherzosamente di essere un «mutt», che significa di razza mista ma a proposito dei cani e si può dunque tradurre con «randagio».